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Postato da Admin il Wednesday, 25 July @ 21:31:50 CEST (24133 letture)
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 | Il Mito dell'Esercito Spartano |
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Postato da Admin il Tuesday, 03 April @ 00:16:55 CEST (4184 letture)
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 | ATENE 406 a. C.-Il Processo delle Arginuse |
Giovanni Costa scrive ""
Nota: ATENE 406 a. C.
IL PROCESSO DELLE ARGINUSE
1. LA DEMOCRAZIA IN
ATENE
2. GLI AVVENIMENTI 2.1 LA BATTAGLIA DELLE ARGINUSE
2.2 IL PROCESSO AGLI STRATEGHI
3. UN GIUDIZIO 3.1 IL
GIUDIZIO DE “LE RANE” DI ARISTOFANE 3.2 IL GIUDIZIO DI
ARISTOTELE
4. BIBLIOGRAFIA
1. LA DEMOCRAZIA IN ATENE La
democrazia Ateniese fu un regime politico dalle caratteristiche molto
peculiari e molto diverse da quelle delle attuali democrazie
occidentali. Il principio base è quello espresso da
Aristotele, in vari passi della POLITICA; 1281a42s, “I
più, ciascuno dei quali non è un uomo buono, possono,
tuttavia, se presi tutti insieme, essere migliori di pochi, non di
ciascuno ma della loro totalità, come i banchetti organizzati
con contribuzioni di più persone sono migliori di quelli
organizzati da una sola persona. Infatti, essendo in molti, ciascuno
ha la sua parte di virtù e di saggezza, sicché dalla
loro unione si ottiene una specie d’uomo solo dotato di molti
piedi, di molte mani e capace di ricevere molte sensazioni; che da
ciò avrebbe innegabili vantaggi anche nel comportamento e
nell’intelligenza……………………………………..Ma gli
uomini dabbene differiscono dalla maggioranza, presa individualmente
nei suoi membri, come i belli differiscono dai non belli ed i disegni
artificiali dai loro modelli, in quanto in quelli sono state riunite
in una tutte le bellezze che in natura sono sparse ma, preso elemento
per elemento, può darsi che sia meglio avere l’occhio di
questa persona o un altro membro di un’altra, piuttosto che quelli
del dipinto.” Poi vi è POL. 1286a24ss; “Ma
le questioni che le leggi non possono affatto regolare o che esse non
possono regolare bene, devono cadere sotto l’autorità di una
sola persona, la migliore, o di tutta la cittadinanza? Oggi è
questa che giudica, consiglia e delibera e sempre i suoi giudizi
vertono su casi particolari. Presi uno per uno, i membri di questi
organi sono certamente peggiori dell’unico perfetto, ma la città
è costituita di molti cittadini, come un banchetto preparato
da una sola persona riesce meno bene di uno preparato da più
persone; per questo una moltitudine numerosa giudica meglio che uno
solo preso da sé. Inoltre la moltitudine è più
incorruttibile; come l’acqua in gran copia, così la massa è
più incorruttibile dei pochi. Il giudizio di uno solo, colto
dall’ira o da qualche emozione, necessariamente sarà
traviato, mentre è difficile che tutti si adirino od errino.
Ma la moltitudine deve essere costituita di soli uomini liberi, che
non facciano nulla contro la legge, se non là dove è
necessario prescinderne. Certamente la moltitudine che più
facilmente può realizzare queste condizioni; ma se essa è
costituita da un certo numero di persone, che siano uomini dabbene e
buoni cittadini, forse che l’unica persona cui fosse devoluta
l’autorità sarebbe più incorruttibile che non un
gruppo di cittadini numerosi, ma tutti buoni? O non è forse
chiaro che sono più incorruttibili questi ultimi?” Poi,
anche, POL. 1286b16s; “Di qui si passò prima alle
tirannidi e dalle tirannidi alla democrazia; infatti, la progressiva
limitazione del numero delle persone al potere, dovuta al desiderio
di illecito guadagno, rafforzò sempre di più la
maggioranza fino a che questa si ribellò e si stabilirono le
democrazie. D’altra parte, l’ingrandirsi delle città
favoriva le democrazie.”
La democrazia in Atene era
radicale, in essa, Il popolo “si è reso arbitro
di tutto e tutto si decide mediante decreti e tribunali in cui il
popolo predomina. Infatti, le sentenze del Consiglio sono passate al
popolo. E in ciò sembra che facciano bene, perché i
pochi sono più corruttibili dei molti per i guadagni ed i
favori personali.” (Aristotele, COST. ATEN. XLI, 2).
La COSTITUZIONE DEGLI
ATENIESI è una fonte molto importante per comprendere come si
realizzasse, in pratica, la democrazia radicale Ateniese; io non
voglio esprimere giudizi e paragoni con la forma attuale di governo,
lascio al lettore il giudicare. Come si vedrà, uno dei fatti
chiave è “tutto si decide mediante decreti e
tribunali in cui il popolo predomina.”
Organi principali erano
l’Assemblea, il Consiglio ed i Tribunali.
L’Assemblea, su di essa ci
informa Aristotele, COST. ATEN. XLIII, 3ss; “I pritani
in caricas mangiano insieme nella Rotonda, ricevono un compenso dalla
città, poi riuniscono il Consiglio e l’Assemblea del popolo:
il Consiglio tutti i giorni tranne quelli festivi e l’Assemblea
popolare quattro volte ogni pritania. Essi prestabiliscono ciò
che il Consiglio deve trattare, l’ordine del giorno ed il luogo di
ogni riunione. Costoro prestabiliscono le medesime cose anche per
lessamblee. Una di esse, la principale, è quella in cui si
deve decidere per alzata di mano se confermare i governanti, se
sembrino governare bene, e si debbono trattare i problemi
dell’approvvigionamento e della difesa del territorio; e chi vuole
sporgere denuncia per tradimento deve farlo in questa occasione. Si
dà lettura dei beni confiscati, delle prove riguardo ai
processi per le eredità e le ereditiere, affinché nulla
sfugga al controllo di nessuno. Nella sesta pritania, inoltre,
decidono per alzata di mano se sia il caso di procedere
all’ostracismo[1]
oppure no, e riguardo alle denunce degli Ateniesi e dei meteci contro
i sicofanti fino a tre per ciascun gruppo, e contro quelli che non
abbiano mantenuto le promesse fatte al popolo. Un’altra assemblea è
dedicata alle suppliche: chiunque lo voglia depone un ramoscello di
supplice e poi parla al popolo delle questioni che vuole, private e
pubbliche. Le altre due assemblee sono dedicate al disbrigo degli
altri affari: in esse le leggi impongono che si trattino tre
questioni sacre, tre riguardanti gli araldi e le ambascerie e tre
questioni profane; talvolta le trattano anche senza voto
preliminare.”
Il Consiglio, questo aveva
attribuzioni assai ampie, i suoi membri erano sorteggiati, fatto
usuale ad Atene anche per altre cariche ed, in contrasto con quanto
avviene oggi e segno di democrazia radicale, erano assai numerosi,
500, 50 per ognuna delle 10 tribù in cui era suddivisa la
popolazione d’Atene. Esso era presieduto dai pritani, ogni tribù
esercitava a turno la pritania, secondo il sorteggio, le prime 4 per
36 giorni ciascuna, le seconde 6 per 35 giorni; secondo il calendario
Ateniese. I pritani in carica riunivano il Consiglio e l’Assemblea
del popolo. (Tutte le notizie da Aristotele, COST. ATEN. XLIII, 2s).
Per un periodo il Consiglio ebbe la facoltà di comminare
multe, di condannare alla prigione ed alla morte. Ma, dopo il caso di
Lisimaco, condannato a morte dal Consiglio, scampato in extremis
all’esecuzione, condotto davanti ad un Tribunale ed ivi assolto, il
popolo tolse al Consiglio il diritto di condannare a morte,
d’imprigionare e di multare. (Aristotele, COST. ATEN. XLV, 1). Esso
giudica la maggior parte delle cariche di governo, soprattutto quelle
che amministrano denaro; tuttavia la decisione non è valida
prima di essere stata discussa in Tribunale. I cittadini privati
possono denunciare per trasgressione delle leggi i governanti che
vogliono; ma costoro, se il Consiglio li dichiara colpevoli, possono
appellarsi al Tribunale (Aristotele, COST. ATEN. XLV, 2). Le
attribuzioni del Consiglio erano molte, provvedeva al mantenimento
delle triremi già pronte, degli attrezzi e degli attracchi, ne
faceva costruire di nuove con gli scali ed arsenali, però era
il popolo a deciderne la costruzione ed ad eleggere i progettisti
delle navi. Esso esaminava anche tutti gli edifici pubblici e, se gli
pareva di scorgerne qualche difetto, denunciava al popolo il
responsabile e, dopo la condanna, lo deferiva al Tribunale. Esso
collaborava quasi in tutto con gli altri governanti. (Aristotele,
COST. ATEN. XLVI, 1-2 e XLVII, 1).
I Tribunali; i giudici, come
la gran parte dei governanti e degli amministratori, erano
sorteggiati; “I nove arconti eleggono a sorte i giudici
secondo le tribù e il segretario dei tesmoteti estrae a sorte
quelli della decima tribù….Possono essere giudici i
cittadini in età superiore a trent’anni, tranne quelli che
abbiano un debito pubblico o siano privi di diritti civili.”
(Aristotele, COST. ATEN. LXIII, 1-3). I processi erano
rapidi, “Ci sono le clessidre con piccoli tubi di scolo
in cui versano l’acqua che deve misurare la durata del processo.
Sono assegnati dieci congi[2]
alle cause superiori a cinquemila dracme e tre per la replica; sette
congi per quelle fino a cinquemila dracme e due per la replica, sei
per le contestazioni priasvte senza nessuna replica. Il giudice che
sorveglia la clessidra chiude il tubo quando il segretario dà
lettura di una legge o di una testimonianza o di qualcosa d’altro
del genere.” (Aristotele, COST. ATEN. LXVII, 2s). I
giudici, oltre ad essere sorteggiati, erano anche molto numerosi,
come abbiamo visto valeva il principio che i molti sono meno
corruttibili dei pochi, così; “I Tribunali
comprendono in genere cinquecentouno membri..” (Aristotele,
COST. ATEN. LXVIII, 1). Ognuna delle due parti aveva a disposizione
un tempo determinato per esporre le proprie ragioni, i giudici
esprimevano la propria decisione con un voto; “I voti
sono dischetti di bronzo, provvisti di un perno al centro; per metà
sono forati, per metà interi. I giudici incaricati di
sorvegliarli, dopo che i discorsi sono finiti, consegnano ad ogni
giudice due voti, uno forato ed uno pieno…. Quando i giudici stanno
per votare, l’araldo per prima cosa chiede se le parti in causa
vogliano impugnare le testimonianze; perché poi, una volta
cominciata la votazione, non è più possibile farlo. Poi
fa un secondo proclama: “Il dischetto forato è favore di chi
ha parlato per primi, quello pieno a favore di chi ha parlato per
secondo.”” (Aristotele, COST. ATEN. LXVIII, 2-4). Vi
erano varie competenze; “I processi per assassinio e
ferimento premeditati si discutono all’Areopago, così come
quelli per avvelenamento mortale e per incendio; questi sono gli
unici giudicati da questo Consiglio. Gli omicidi involontari, i
tentativi di omicidio, l’uccisione di uno schiavo o di un meteco o
di uno straniero, vengono discussi al Palladio;L ma chi confessa di
avere ucciso e sostiene di avere agito secondo le leggi, per esempio
se ha colpito in flagrante un adultero o ha ucciso qualcuno in guerra
per errore o nei giochi durante la lotta, viene giudicato al
Delfinio. Chi sia esule per un delitto per cui c’è
possibilità di conciliazione e venga accusato di un altro
assassinio o ferimento, viene giudicato al Freato.” (Aristotele,
COST. ATEN. LVII, 3). Anche le cariche avevano diverse funzioni;
“Tocca a loro (ai tesmoteti) anche
sporgere le denunce di tradimento al popolo e le condanne e tutte le
querele preliminari e le cause per illegalità e contro
l’autore di una legge inopportuna, contro i proedri ed il loro
presidente e a proposito dei rendiconti degli strateghi. A loro si
presentano anche le denunce pubbliche per le quali esiste un deposito
giudiziario; usurpazione di diritto di cittadinanza e corruzione, nel
caso in cui qualcuno abbia evitato la suddetta accusa offrendo
regali, delazione, venalità, falsa iscrizione, falsa
assegnazione, mancata iscrizione ed adulterio. Essi deferiscono al
Tribunale anche le docimasie per tutte le carche di governo ed i
reclami dei cittadini scartati dai beni e le condanne provenienti dal
Consiglio. Istituiscono anche le cause civili riguardanti il
commercio, le miniere e gli schiavi che insultano un uomo libero. E
assegnano per sorteggioi ai magistrati i Tribunali civili e
criminali. “ (Aristotele, COST. ATEN. LIX, 2-5). Come
si è detto, la maggior parte delle cariche era assegnata per
sorteggio, venivano eletti tramite votazione per alzata di mano, i
progettisti delle navi (Aristotele, COST. ATEN. XLVI, 1), “Tutti
i governanti ordinari sono sorteggiati, tranne l’amministratore
militare, l’amministratore delle feste e delle fonti. Questi
funzionari vengono eletti per alzata di mano e restano in carica pere
il periodo che intercorre tra una Panatenaica e l’altra.”
(Aristotele, COST. ATEN. XLIII, 1). Dunque; “Si eleggono
per alzata di mano anche tutti magistrati militari, i dieci
strateghi, in precedenza uno per tribù, ora fra tutti i
cittadini………. La loro riconferma (degli strateghi),
se sembra che governino bene, si fa ad ogni pritania per alzata di
mano; se ne scartano qualcuno, lo giudicano nel tribunale e, se viene
condannato, fissano la pena o il prezzo dell’ammenda; se, invece,
viene assolto, ritorna in carica.” (Aristotele, COST.
ATEN. LXI, 1s).
Due istituzioni tipiche e,
direi, irripetibili della democrazia Ateniese, erano la docimasia ed
il rendiconto. La docimasia consisteva in un esame prima di entrare
in qualsiasi carica di governo; “tutti governanti,
infatti, sia quelli elettti a sorte sia quelli eletti per alzata di
mano, esercitano la loro funzione dopo un esame.”
(Aristotele, COST. ATEN. LV, 2). Competente per l’esame era il
Concilio dei Cinquecento, quando li esaminavano chiedevano innanzi
tutto; “Chi è tuo padre? Di quale demo? E il
padre di tuo padre? E tua madre? E il padre di tua madre chi è,
e di quale demo?” Poi chiedono al candidato
se appartiene al culto di Apollo Patrio e di Zeus Ercheio e dove sono
questi templi; poi se possiede tombe di famiglia e dove, se tratta
bene i genitori e se paga le tasse e i servizi militari da lui
compiuti. Dopo tali domande si devono produrre i testimoni a proprio
favore. Una volta prodotti questi, l’esaminatore chiede se c’è
qualcuno che voglia accusarlo, in caso affermativo si dà la
parola all’accusa ed alla difesa e si fa votare il Consiglio per
alzata di mano ed il Tribunale per scrutinio.”
(Aristotele, COST. ATEN. LV, 2ss). I casi in cui vi era qualcuno che
avesse qualcosa da ridire sul candidato non erano poi tanto
infrequenti, abbiamo esempi di orazioni pronunciate in questa
occasione, l’orazione XVI DIFESA PER MANTINEO, pronunciata di
fronte al Consiglio per il suo esame e lorazione XXVI, SULLA
DOCIMASIA DI EVANDRO, tutte due di Lisia. Si può vedere anche
Eschine, CONTRO TIMARCO §§ 18 – 21 riguardo alla legge
che interdiceva dagli uffici pubblici chi fosse stato amante di
qualcuno per denaro, in altre parole si fosse prostituito, e la
procedura contro la violazione di tale interdizione.
Altra istituzione notevole
era il rendiconto, allo scadere di ogni carica di governo si doveva
presentare un rendiconto scritto di quanto operato e, se un cittadino
voleva, entro tre giorni dal rendiconto, poteva sporgere una denuncia
privata o pubblica contro un governante uscente, scriveva il proprio
nome, quello dell’accusato e la colpa di cui lo accusava e, dopo
aver annotato l’ammenda che gli pareva giusta, la consegnava al
correttore. Se la questione, ad un primo esame, veniva ritenuta
fondata, la si passava al tribunale e quello che i giudici decidevano
aveva valore definitivo. (Aristotele, COST. ATEN. XLVIII, 4s). Di
questa istituzione ne parlano anche Eschine, CONTRO CTESIFONTE, 17 –
24, Platone, LEGGI 945bs. In particolare Platone considera la
funzione dei magistrati che esaminano i rendiconti basilare per la
prosperità dello Stato; “La mansione di coloro
che esaminano i rendiconti costituisce una fra le più
importanti occasioni di salvezza o di dissolvimento della
costituzione. Se coloro che chiedono conto del loro operato ai
governanti sono migliori di quelli e svolgono questo compito secondo
una giustizia irreprensibile ed in modo irreprensibile, tutta quanta
la regione e lo stato prosperano e sono felici; se, invece, l’esame
dei governanti segue procedure diverse, allora vien meno il legame
della giustizia che unisce insieme tutta la struttura dello Stato e,
in questo modo, ogni carica di governo viene separata e strappata
dall’altra e, non essendo più rivolte allo stesso fine,
dividono lo stato in molte unità, da uno che era e,
riempiendolo di discordie, in breve tempo lo distruggono.”
(Platone, LEGGI, 945css).
La democrazia Ateniese era
molto diversa dalle Costituzioni di tutti gli altri stati vicini;
Pericle ne tesse le lodi in questa maniera; “Abbiamo una
Costituzione che non emula le leggi dei vicini, in quanto noi siamo
più d’esempio ad altri che imitatori. E poiché essa è
retta in modo che i diritti civili spettino non a poche persone ma
alla maggioranza, essa è chiamata democrazia: di fronte alle
leggi, per quanto riguarda gli interessi privati, a tutti spetta un
piano di parità, mentre per quanto riguarda la considerazione
pubblica nell’amministrazione dello Stato, ciascuno è
preferito a seconda del suo emergere in un determinato campo, non per
la provenienza da una classe sociale ma più per quello che
vale. E per quanto riguarda la povertà, se uno può fare
qualcosa di buono alla città, non ne è impedito
dall’oscurità del suo rango sociale.” (Thuc.
II, 37, 1).
In effetti, Demostene era un
orfano truffato dai tutori, riuscì ugualmente, coll’impegno
e lo studio personale, prima, a portare in Tribunale chi lo aveva
truffato, poi ad affermarsi come eminente uomo di stato.
Questa forma di governo si
attirò molte critiche e non era per niente ben vista e bene
accolta altrove. Il Vecchio Oligarca critica gli ateniesi per aver
permesso che i malvagi stessero meglio dei buoni e per assegnare
dappertutto di più ai malvagi, poveri e popolari che non ai
buoni, essi permettevano di parlare anche alle persone peggiori. Egli
attribuisce le ragioni di questo regime e del potere del popolo al
fatto che Atene ha necessità di una grande flotta, per far
funzionare la quale servono rematori, marinai, costruttori navali e
non nobili, così è ai primi che si deve assegnare il
potere. (Vecchio Oligarca, LA COST. DEGLI ATEN.).
Cicerone scrive: “Invero
tutti gli stati della Grecia sono amministrati dall’avventatezza
dell’Assemblea che siede in consiglio. Pertanto, per non fare
menzione di questa Grecia che già da lungo tempo è
stata gettata a terra e rovinata dalle sue stesse decisioni, quella
antica che una volta era fiorente per mezzi economici, autorità,
gloria, cadde per questo unico mal, l’immoderata libertà e
la licenza delle assemblee. Sia uomini inesperti, mal pratici ed
ignari di tutto sedevano nel teatro delle assemblee, sia
intraprendevano guerre inutili, sia mettevano a capo dello Stato
uomini sediziosi, sia scacciavano dalla cittadinanza cittadini che
avevano ottimamente meritato.[3]”
(Cicerone, PRO FLACCO, 16).
Bisogna ricordare, anche
se ciò non riguarda le istituzioni politiche ma quelle
religiose, il costume dei capri espiatori,; οἷσιν ἡ πόλις
πρὸ τοῦ
οὐδὲ φαρμακοῖσιν
εἰκῇ ῥᾳδιως ἐχρήσατ’ ἄν. (Aristofane, LE
RANE 732s).
(quali la città,
una volta, a sbagliare, non li avrebbe impiegati neanche al posto del
capro espiatorio.).
Come spiegano gli SCHOLIA
GRAECA IN ARISTOPHENEM, si tratta delle cosiddette vittime
d’espiazione (κάθαρμα, τό), cioè persone vili e
con deficienze fisiche o mentali che gli Ateniesi erano soliti
sacrificare agli dei ai fini di liberarsi da siccità o da fame
o da altri mali similari.
Anche Plutarco, ARISTIDE, 9,
2 e TEMISTOCLE 13, 2, attesta che, alla vigilia della battaglia di
Salamina, gli Ateniesi compirono sacrifici umani.
Come già detto,
questo riguarda la sfera religiosa e non quella politica.
Se la democrazia, secondo il
modello Ateniese, dava a chi fosse capace la possibilità di
esercitare il governo e d’affermarsi, dall’altra parte essa era
moto esigente verso che esercitava qualche carica. Abbiamo
considerato la docimasia all’entrata in carica ed il rendiconto
all’uscita da questa, qui vediamo come le città vicine ad
Atene non desiderassero tale forma di governo, lo stesso Pericle
sperimentò personalmente questo fato; “Eppure, a
quanto si racconta, ciascuno degli ostaggi gli avrebbe dato un
talento per la propria libertà e molti altri gliene avrebbero
offerti quei cittadini di Samo contrari all’instaurazione di un
regime democratico nella città. Anche il satrapo persiano
Pissutne, legato da una certa amicizia con i Sami, mandò a
Pericle diecimila monete d’oro, intercedendo per la città;
ma Pericle non accettò nessuna di queste offerte e mise in
atto quanto aveva già deciso per i Sami, instaurando nella
città un governo democratico.” (Plutarco,
PERICLE, 25, 2s).
La democrazia Ateniese era
un governo troppo rigoroso verso chi governava, le classi dominanti
delle città vicine erano pronte a pagare fior di quattrini pur
di corrompere Pericle e dissuaderlo, così, dall’instaurare
anche preso di loro tale forma di governo. L’eminente uomo di Stato
Ateniese si dimostrò sempre capacissimo e non ebbe mai
problemi ma, a dimostrazione; “Gli (a
Pericle) concessero perciò di iscrivere nelle
fratrie il figlio bastardo e di dargi il suo nome. Questi, più
tardi, dopo la battaglia navale delle Arginuse contro i
Peloponnesiaci, fu condannato a morte dal popolo, insieme con gli
altri strateghi.” (Plutarco, PERICLE, 37, 5s).
Dunque il popolo, in
occasione del processo della Arginuse, non considerò i più
nobili natali, non tenne conto di stare condannando a morte il
figlio, se pur bastardo, di colui che, per riconoscimento di tutti,
era stato il più grande statista Ateniese.
2. GLI AVVENIMENTI
2.1 LA
BATTAGLIA DELLE ARGINUSE
Gli eventi della battaglia
presso le isole Arginuse ed il susseguente processo assembleare agli
strateghi Ateniesi risalgono al 406 a. C. e fanno parte della Guerra
del Peloponneso narrata da Tucidide sino al 411 d. C. e la cui storia
è stata ripresa da Senofonte, storico meno eminente, nelle sue
ELLENICHE. Possediamo anche la narrazione di uno storico minore,
Diodoro, questa ha il suo interesse ed il suo valore, ci conferma i
fatti; però io ritengo di poter comprovare che essa è
viziata dall’avversione dell’autore per la democrazia Ateniese,
avversione, del resto, comune nel mondo antico.
Gli avvenimenti sono
alquanto complessi. Nella primavera del 406 a. C., Callicratida,
navarco Spartano assume il comando di quella flotta. Sconfigge una
squadra Ateniese di settanta navi al comando di Conone davanti a
Mitilene, sulla costa orientale, di fronte al’Anatolia, dell’isola
di Lesbo. Perse trenta delle sue settanta navi, Conone tirò in
secco le restanti quaranta e Callicratida, gettata l’ancora nel
porto, iniziò l’assedio bloccando l’uscita. Mobilitò
delle forze terrestri in suo aiuto e fece venire l’esercito. Così
Mitilene e, in essa, Conone erano bloccati sia sul mare che per
terra. Avventurosamente lo stratego Ateniese fece sì che due
delle sue migliori triremi prendessero il largo, una fu raggiunta
dagli Spartani, l’altra pervenne ad Atene portando la notizia
dell’assedio e la richiesta d’aiuto.
Diomedonte volle prestare
soccorso con dodici navi, ma fu aspramente sconfitto e si salvò
a stento. Quindi gli Ateniesi votarono di inviare una flotta, allo
scopo di reperire gli uomini per gli equipaggi delle navi, fecero
cittadini i meteci o stranieri residenti in città e gli
schiavi, a condizione che fossero disposti a combattere. Questo fatto
ci indica chiaramente le non facili condizioni della città, si
era nel 406 a. C. e la guerra contro Sparta durava dal 431 a. C., vi
era stato il disastro di Siracusa, le forze e le risorse erano scarse
e si stava compiendo uno sforzo estremo. Si imbarcarono anche
cavalieri, cittadini di rango elevato. Dopo trenta giorni la flotta
salpò, da Samo presero altre dieci navi, più di trenta
ne ottennero dagli altri alleati; in totale la flotta superò
le centocinquanta unità.
Quando Callicratida, lo
Spartano, venne a sapere che i rinforzi erano già a Samo,
lasciò all’assedio di Mitilene cinquanta navi al comando di
Eteonico e prese il largo con le altre centoventi, arrivando per
l’ora di cena al capo Melea, nell’isola di Lesbo. A quell’ora
gli ateniesi erano alle Arginuse, lì di fronte, Callicratida
avrebbe voluto assalirli di sorpresa verso mezzanotte ma ne fu
impedito da un cattivo tempo. Quando questo cessò, sul fare
del giorno, egli si diresse nuovamente verso le Arginuse. Ambedue si
schierano a battaglia, gli Ateniesi si disposero a scacchiera su due
linee, per impedire il passaggio delle unità nemiche alle
spalle delle loro navi; gli Spartani si disposero tutti su un’unica
linea, colle navi pronte a sfondare ed ad accerchiare le file nemiche
grazie alla loro superiorità nautica. Infatti, i primi avevano
dovuto imbarcare anche persone inesperte dell’arte navale e, di
conseguenza, le loro navi navigavano meno bene.
Lo scontro, quindi, andò
avanti a lungo, prima a ranghi serrati, poi in ordine sparso. A causa
della lunga durata della guerra la maggior parte degli uomini
conosceva i pericoli, ugualmente essi misero nell’attacco un impeto
insuperabile a causa, anche, del fatto che erano stati raccolti i
migliori in vista della battaglia decisiva; tutti, inoltre,
comprendevano che coloro che avessero vinto in questo scontro
avrebbero posto fine alla guerra. Ma quando Callicratida, mentre
attaccava con la sua nave gli avversari, cadde in mare e scomparve e
Protomaco vinse con i suoi Ateniesi all’ala destra, l’ala
sinistra del nemico, i Peloponnesiaci si diedero alla fuga, la
maggior parte verso Chio ma alcuni anche verso Focea. Gli Ateniesi
tornarono alle Arginuse. Perdettero in tutto venticinque navi con i
loro equipaggi, eccetto pochi uomini sospinti dalle onde sino a
terra, mentre dei Peloponnesiaci andarono perdute nove navi di Sparta
e più di sessanta dei loro alleati.
Gli strateghi Ateniesi
decisero, quindi, di inviare con quarantasette navi Teramene e
Trasibulo, che erano trierarchi, con alcuni tassiarchi, in aiuto
delle navi danneggiate e dei rispettivi equipaggi, mentre il resto
della flotta avrebbe attaccato le unità Spartane ancorate a
Mitilene al comando di Eteonico. Pur volendo eseguire gli ordini, ne
furono impediti dal vento e da una violenta tempesta; innalzarono
quindi un trofeo e si fermarono lì.
Qui si chiuderebbe il
resoconto della battaglia, gli Ateniesi avevano vinto ed, anche, in
maniera piuttosto netta. Vi sono alcune osservazioni da fare.
Per prima cosa i due
resoconti di Senofonte e di Diodoro differiscono per due importanti
particolari. Secondo Diodoro gli ateniesi “involsero
completamente nello schieramento le cosiddette isole Arginuse”
(Diodori, BIBL. HIST. XIII, 98, 3) (καὶ τὰς καλουμένας
Ἀργινούσας νήσους συμπεριέλαβε τῇ
τάξει,); invece secondo Senofonte,; “Gli Ateniesi
si schierarono contro procedendo verso il mare (dalle
isole Arginuse dove avevano pernottato)” (Senofonte,
ELL. I, 6, 29) (οἱ δ’ Ἀθηναῖοι ἀντανήγοντο
εἰς τὸ πέλαγος…). La versione di Diodoro risulta
essere impossibile, le Arginuse sono tre isolette molto vicine alla
costa, non si può, pertanto, schierare una flotta parimenti a
due ai due lati di esse ma da una parte sola, verso il mare, come
crive Senofonte.
Poi Diodoro scrive; “Dopo
ciò, alcuni degli strateghi ritennero fosse necessario
raccogliere i morti a causa del fatto che gli Ateniesi sono disposti
malamente verso coloro che lasciano insepolti i morti,”
(Diodori, BIBL. HIST. XIII, 100,1) (μετὰ δὲ ταῦτα τῶν
στρατηγῶν οἱ μὲν ᾤντο δεῖν τους
τετελευτηκότας ἀναιρεῖσθαι διὰ τὸ
χαλεπῶς διατίθεσθαι τοὺς Ἀθηναίους
ἐπὶ τοῖς ἀτάφους περιορῶσι τοὺς
τετελευτηκότας,.. ). In realtà gli Ateniesi
avevano l’usanza patria di seppellire a spese pubbliche
onorevolmente i caduti in guerra, Tucidide scrive; “Quando
avviene il trasporto funebre, dei carri portano le bare di legno di
cipresso, una per ciascuna tribù; le ossa di ciascuno sono
poste nella bara di quella tribù alla quale ciascuno
apparteneva. Un letto coperto da tappeti, ma vuoto, viene portato per
quei morti che non sono stati trovati durante la raccolta dei
cadaveri.” (Thuc. II, 34, 3). Bisogna però dire
che era previsto, come qui risulta, il caso che non si potessero
trovare dei corpi, fatto, chiaramente, più frequente nel caso
di combattimenti in mare, e che vi erano, come evidenziato dal
presente passo, delle disposizioni per questo caso.
Di qui la preoccupazione
degli strateghi non riguardava tanto i morti, quanto i vivi; infatti,
essendo le navi di legno, anche una volta speronate e con ampie
falle, esse continuavano a restare a galla, non come imbarcazioni, ma
come relitti, pezzi di legno a fior d’acqua. Ad essi gli equipaggi
naufraghi potevano aggrapparsi e, così, sopravvivere per un
certo ulteriore tempo dopo l’affondamento della loro imbarcazione.
Che molti dei naufraghi fossero rimasti vivi, aggrappati ai relitti a
fior d’acqua. lo dimostra il seguente intervento d’uno di questi
naufraghi tenutosi ad Atene all’Assemblea che ebbe luogo in
conseguenza di questi fatti; “Si presentò allora
dinanzi all’Assemblea un tale che sosteneva di essersi salvato
sopra un barile di farina; in punto di morte i naufraghi lo avevano
incaricato, se fosse riuscito a salvarsi, di riferire all’Assemblea
che gli strateghi non avevano raccolto quelli che erano stati i
migliori difensori della patria.” (Senofonte,
ELL. I, 7, 11).
Così possiamo
ricostruire la realtà dei fatti; gli strateghi Ateniesi,
Aristocrate, Diomedonte, Pericle il figlio dell’eminente uomo di
Stato, Erasinide, Lisia, Trasillo, Protomaco ed Aristogεne,
schierarono la loro flotta a partire dalle Arginuse diretti verso il
mare (Senofonte, ELL. I, 6, 29), una volta vinta la battaglia; “gli
Ateniesi, invece, tornarono alle Arginuse”
(Senofonte, ELL. I, 6, 33), abbandonando, per il momento, i naufraghi
di venticinque navi per lo più aggrappati ai relitti di
queste. A questo punto, cioè una volta tornati alle isole,
“gli strateghi Ateniesi decisero quindi di inviare con
quarantasette navi Teramene e Trasibulo, che erano trierarchi, con
alcuni tassiarchi, in aiuto alle navi danneggiate e dei rispettivi
equipaggi, mentre il resto della flotta avrebbe attaccato le unità
al comando di Eteonico.” (Senofonte, ELL. I, 6, 35). Ma
ciò non fu possibile, Teramene e Trasibulo ne furono impediti
dal vento e da un violento maltempo. Si sarebbe dovuto provvedere al
recupero dei naufraghi immediatamente, appena conclusa la battaglia;
è chiaro che questi abbandonati in mare, per di più col
cattivo tempo, perirono. Si trattava degli equipaggi di venticinque
triremi, stimando duecento uomini per trireme, la cifra complessiva
si aggira sui cinquemila uomini.
Che le cose siano andate
veramente così, lo dimostrano il discorso tenuto di fronte
all’Assemblea da Eurittolemo in occasione del processo agli
strateghi ed in loro difesa; “Quando, dopo la vittoria,
tornarono a terra, Diomedonte esortò a salpare di nuovo tutti
in fila per recuperare i relitti ed i naufraghi, mentre Erasinide a
muovere tutti al più presto contro il nemico a Mitilene;”
(Senofonte, ELL. I, 7, 29) ed il discorso tenuto da Teramene di
fronte al Consiglio dei Cinquecento per difendersi dalle accuse di
Crizia (404 a. C.); “Crizia afferma che ho mandato a
morte gli strateghi con le mie accuse. Ma non sono stato certo io a
sollevare la questione contro di loro, bensì essi stessi,
poiché hanno dichiarato che, malgrado l’ordine datomi, io
non avevo raccolto quagli sventurati della battaglia di Lesbo
(l’isola di grandi dimensioni di fronte alle Arginuse).
Io allora mi difesi sostenendo che fu a causa della tempesta che non
riuscii a prendere il largo né, tanto meno, a raccogliere gli
uomini; e la città ritenne giusta la mia difesa, mentre gli
strateghi si stavano chiaramente accusando da soli. Pur asserendo,
infatti, che era possibile salvare gli uomini, si allontanarono
abbandonandoli alla morte.” (Senofonte, ELL. II, 3,
35). Concluso questo discorso il Consiglio dimostrò
apertamente la sua approvazione; Teramene, qui espone che, al tempo
del processo, la città ritenne giusta questa sua difesa.
Questi due fatti ci comprovano che gli eventi andarono veramente
così.
Direi a questo punto
comprovato che le due affermazioni di Diodoro che gli Ateniesi si
schierarono ai due lati delle Arginuse e non a partire da queste,
rivolti verso il mare e che gli strateghi si preoccuparono di far
raccogliere i morti, mentre, in realtà, abbandonarono i vivi
ritirandosi alle isole retrostanti al loro schieramento, cosa che non
sarebbe potuta accadere se queste fossero state in mezzo allo
schieramento stesso, siano dettate da avversità al regime
democratico, dal voler dimostrare che la condanna degli strateghi,
aristocratici, da parte del popolo fu ingiusta.
Come si è visto la
democrazia Ateniese non era una forma di governo molto gradita al di
fuori di Atene.
Alle vicende belliche seguì
il processo, assembleare, agli strateghi, due dei quali, Protomaco ed
Aristogene, non rientrarono ad Atene.
I testi sulla battaglia
delle Arginuse sono;
Senofonte, ELLENICHE, I,
6 Diodori, BIBLIOTHECA HISTORICA, XIII, 98 – 100.
2.2 IL PROCESSO AGLI
STRATEGHI
Per il fatto che non era
stato prestato subito soccorso ma che si era atteso fin che non fu
troppo tardi a ragione del sopravvenuto maltempo che impedì di
navigare, erano periti non molti di meno di cinquemila uomini[4].
Come si è visto,
degli otto dei dieci strateghi in carica che avevano diretto la
battaglia, Protomaco ed Aristogitone, non rientrarono ad Atene, gli
altri sei, Pericle, Diomedonte, Lisia, Aristocrate, Trasillo ed
Erasinide, invece, fecero ritorno.
Anche qui, nel caso del
processo come in quello della battaglia, vi sono due fonti., il
capitolo I, 7 delle ELLENICHE di Senofonte ed i capitoli XIII, 101 –
103 della BIBLIOTHECA HISTORICA di Diodoro. Quest’ultimo resoconto,
oltre ad essere essenziale, è viziato dall’acredine
dell’autore verso la democrazia Ateniese; “δεόμενοι δὲ
τοῦ δήμου τιμωρήσασθαι τοὺς περιεωρακότας
ἀτάφους τοὺς ὑπὲρ τῆς πατρίδος
προθύμως τετελευτηκότας.” (Diodori, BIBL.
HIST. XIII, 101, 6) (domandando che il popolo punisse
coloro che avevano tollerato che rimanessero insepolti quelli che
erano morti combattendo per la patria.) Il passo, Thuc.
II, 34, 3, riportato in 2. 1 dimostra chiaramente che si considerava
ammissibile non riuscire a raccogliere od a recuperare i morti in
battaglia; il fatto che le navi fossero in legno, per cui non
affondavano completamente ma rimanevano come relitti a fior d’acqua
cui i naufraghi potevano aggrapparsi, dimostra che ve ne erano molti;
il racconto di Senofonte, ELL. I, 7, 21 riportato in 2. 1, conferma
che si tratta di persone vive. Non si può condividere il
giudizio di Diodoro a conclusione del suo resoconto; “οὕτως
δ’ ὁ δῆμος τότε παρεφρόνησε, καὶ
παροξυνθεὶς ἀδίκως ὑπὸ τῶν δημαγωγῶν
τὴν ὀργὴν ἀπέσκηψεν εἰς ἄνδρς οὐ
τιμωρίας, ἀλλὰ πολλῶν ἐπαίνων καὶ
στεφάνων ἀξίους.” (Diodori, BIBL. HIST. XIII, 102,
5) (Così, allora, il popolo uscì di senno
ed, ingiustamente provocato a sdegno dai demagoghi, scagliò la
sua collera contro uomini degni non di una pena ma di molte lodi e di
corone.). Questo giudizio viene al termine di una
narrazione dei fatti essenziale e viziata dai sentimenti di classe
antidemocratici dell’autore.
Anche Senofonte, pur
Ateniese per nascita, non era di sentimenti troppo favorevoli alla
democrazia, tant’è che andò a vivere a Sparta; qui,
però, si dimostra autore non solo affidabile ma, anche,
abbastanza largo di utili dettagli.
Apprendiamo che in patria
gli Ateniesi destituiscono gli strateghi che avevano diretto la
battaglia, confermarono Conone che, bloccato ma Mitilene, non aveva
preso parte allo scontro (Senofonte, ELL. I, 7, 1). Archedemo che,
allora, era capo del popolo e addetto alla distribuzione
dell’indennità dei due oboli, inflisse un’ammenda ad
Erasinide e lo accusò in Tribunale di aver trattenuto del
denaro dell’Ellesponto che apparteneva al popolo; lo accusò,
inoltre, per il suo comportamento in qualità di stratego. E il
Tribunale ne decretò l’arresto. Qui Senofonte ci espone cosa
fece Archedemo riguardo agli strateghi ed, in particolare, riguardo
ad Erasinide; è interessante il giudizio dello stesso
Senofonte riguardo a questo Archedemo; “καὶ ἐκ μὲν
τούτων ἀνευρίσκουσιν Ἀρχέδημον, πάνυ
μὲν ἱκανὸν εἰπεῖν τε καὶ πρᾶξαι,
πενητα δέ‧ οὐ γὰρ ἦν οἷος ἀπὸ παντὸς
κερδαίνειν, ἀλλὰ φιλόχρηστός τε καὶ
ἔφη ῥᾷστον εἶναι ἀπὸ τῶν συκοοφαντῶν
λαμβάνειν,” (Senofonte, MEMOR. II, 9, 4) (E da
queste cose scoprono Archedemo, grandemente abile nel parlare e
nell’operare ma povero; infatti, egli non era tale da trarre
profitto da ogni cosa, ma era amante della virtù e disse che
era facile ricevere accuse dagli accusatori maligni e pedanti.)
Su Archedemo, il primo degli accusatori degli strateghi, un giudizio
positivo da parte dello stesso Senofonte; se egli era grandemente
abile a parlare ed ad operare, se non era tale da trarre profitto da
ogni cosa ma amante della virtù, anche in questo frangente
egli deve aver operato in tale modo.
Successivamente gli
strateghi fecero una relazione sulla battaglia davanti al Consiglio.
Un certo Timocrate, di cui non abbiamo altre notizie oltre a questa,
propose di arrestare tutti gli strateghi e di deferirli
all’Assemblea[5],
il consiglio li fece arrestare.
Si riunì quindi
l’assemblea, in cui gli strateghi furono accusati, tra gli altri,
in particolare da Teramene; questi sosteneva che dovevano rendere
conto del motivo per cui non avevano raccolto i naufraghi. Per
provare che non avevano nessuna scusa, egli mostrò una loro
lettera al Consiglio ed all’Assemblea nella quale indicavano come
unica causa la tempesta.
E’ chiaro quello che sta a
dire Teramene, si doveva dare l’ordine di recuperare i naufraghi
appena conclusasi la battaglia, non ritirarsi alle retrostanti
Arginuse e, solo a quale punto, incaricare lui e Trasibulo di
procedere al loro recupero. Quando si concluse la battaglia il mare
era calmo, solo in seguito sorse il maltempo che impedì di
navigare e, quindi, il recupero. Teramene si stava difendendo e
spiegando che i naufraghi non erano periti per causa sua.
Gli strateghi ribadirono che
la colpa era stata dell’improvvisa tempesta; anche se il
procedimento non era stato del tutto regolare, essi pronunciarono
ognuno la propria difesa, molto breve perché non fu neppure
concesso loro il tempo di parlare stabilito dalla legge[6].
Comunque, l’atteggiamento dell’Assemblea si stava volgendo a loro
favore quando si decise di aggiornare il dibattito alla seduta
successiva perché si era fatto tardi e, a causa dell’oscurità,
non si riuscivano più a distinguere le mani alzate per le
votazioni, era anche necessario che il Consiglio presentasse una
proposta sulla procedura del giudizio, come si è visto
necessaria per legge.
Ma arrivò la festa
delle Apaturie[7],
durante la quale Teramene e i suoi prepararono molti uomini vestiti
di nero e completamente rasati che si recassero all’Assemblea come
parenti dei morti, essi convinsero, altresì, un certo
Calisseno ad accusare gli strateghi in Consiglio. Quando si riunì
l’Assemblea, il Consiglio stesso, per bocca di Calisseno, presentò
una deliberazione che tutti i cittadini d’Atene, divisi per tribù,
votassero per la colpevolezza o l’innocenza degli strateghi, in
caso di colpevolezza la pena sarebbe stata la morte e la confisca dei
beni. A questo punto si presentò dinanzi all’Assemblea quel
tale che sosteneva di essersi salvato sopra un barile di farina; in
punto di morte i naufraghi lo avevano incaricato, se fosse riuscito a
salvarsi, di riferire all’Assemblea che gli strateghi non avevano
raccolto quelli che erano stati i migliori difensori della patria.
Questo fatto, come si è visto (2.1), è importante
perché ci conferma che si trattava di recuperare dei vivi che,
altrimenti, sarebbero periti e non dei morti per cui non c’era più
nulla da fare, se non seppellirli.
Il successivo fatto
importante è che Eurittolemo ed altri citarono in giudizio
Calisseno, asserendo che aveva presentato una deliberazione illegale.
Qui possiamo dire che avevano ragione. Nel successivo discorso
all’Assemblea, Eurittolemo cita un decreto di Cannono, esso era “a
tutti gli effetti vigente; esso impone, per chi si renda colpevole
verso il popolo d’Atene, di presentare la propria difesa
separatamente davanti all’Assemblea, quindi, se riconosciuto
colpevole, che sia messo a morte e poi gettato nel baratro e che
siano confiscati i suoi beni, la cui decima deve essere versata alla
dea.” (Senofonte, ELL. I, 7, 20). La procedura corretta
da seguire sarebbe stata; “Ateniesi, giudicate gli
imputati, ognuno individualmente, dividendo il giorno in tre parti:
una per riunirvi e votare la procedura del giudizio sia in caso li
riteniate colpevoli sia che no, un’altra per l’accusa e la terza
per la difesa. Fatto questo, ai colpevoli infliggerete la massima
pena, ma gli innocenti li assolverete, Ateniesi, e non li metterete a
morte ingiustamente.” (Senofonte, ELL. I, 7, 23s).
Queste sono parole pronunciate successivamente da Eurittolemo, quando
egli salì alla tribuna per parlare in difesa degli strateghi;
ma al momento, di fronte alla proposta di Calisseno di votare
l’innocenza o la colpevolezza di tutti gli strateghi insieme, senza
dare loro il diritto di difesa, se alcuni approvavano, la massa
gridava che era grave non permettere al popolo di fare ciò che
voleva. Licisco propose di giudicare anche Eurittolemo e quelli della
sua opinione insieme cogli strateghi. alcuni dei pritani (coloro che
esercitavano la presidenza) si rifiutarono di proporre quella
votazione illegale, Calisseno salì di nuovo alla tribuna e
rivolse contro di loro le stesse accuse. La folla si mise a gridare
che bisognava citare in giudizio chi rifiutava la votazione. I
pritani, spaventati, accettarono, rimase ad opporsi il solo Socrate,
figlio di Sofronisco, il quale disse che non avrebbe fatto nulla di
illegale.
Siamo nel 406 a. C., nel 399
a. C. , Socrate, durante la sua difesa, ricordò ai giudici e
come suo merito di cittadino, la posizione da lui tenuta in
quest’occasione; “fui consigliere; capitò che
fosse alla presidenza (pritania) la mia tribù
Antiochide, il giorno in cui voi foste dell’idea di processare
tutti insieme i dieci strateghi che non avevano ripescato la gente
dopo lo scontro navale; procedimento illegale, come poi ammetteste
tutti quanti. In quei momenti io solo, dell’ufficio di presidenza,
mi opposi perché no n faceste mosse fuori dalla legge e votai
contro. C’erano già dei politicanti pronti a sospendermi ed
a denunciarmi. Voi alzavate la voce, urlavate ordini. Ma io pensai
che era meglio assumermi dei rischi stando dalla parte della giusta
causa e della legge, piuttosto che unirmi a voi nella delibera
iniqua, per terrore della catene o della morte.”
(Platone, APOL. DI SOCR. 32bs).
Quindi salì’ alla
tribuna Eurittolemo che pronunciò un discorso in difesa degli
strateghi, questa perorazione è convincente quando afferma che
essi dovevano essere giudicati separatamente, dando loro il diritto
di difesa ed essa ne indica anche la ragione specifica, mentre non è
convincente quando vuole sostenere l’innocenza di tutti gli
strateghi dando la colpa del mancato recupero dei naufraghi ai
subalterni Teramene e Trasibulo.
Perché gli strateghi
andavano giudicati individualemnte, uno per uno? Ce lo dice
Eurittolemo, così; “Lo testimoniano coloro che
sono riusciti a salvarsi da soli, tra i quali c’è uno dei
nostri strateghi scampato alla morte su una nave affondata che adesso
pretendono, per quanto avesse lui stesso, allora, bisogno di aiuto,
che sia giudicato con lo stesso voto di chi non eseguito gli ordini
ricevuti.” (Senofonte, ELL. I, 7, 32).
Le cose, dunque, stanno
così, gli strateghi avrebbero dovuto provvedere, conclusa la
battaglia, a far recuperare i naufraghi, tra cui vi era uno degli
stessi strateghi. Invece, essi prima sui ritirarono alle retrostanti
isole Arginuse e, solo allora, diedero ordine a Teramene ed a
Trasibulo di provvedere al recupero, ma era troppo tardi;
l’improvviso maltempo impedì le operazioni di salvataggio.
Quindi Teramene e Trasibulo
non hanno nessuna colpa e sono, giustamente, usciti indenni dalla
vicenda. D’altra parte non ha nessuna colpa anche quello “dei
nostri strateghi scampato alla morte su una nave affondata”
e pur condannato a morte, insieme agli altri, senza permettergli di
parlare a sua difesa.
Questa è la vera
ingiustizia di tutto l’affare delle Arginuse, l’aver mandato a
morte indiscriminatamente tutti sei strateghi presenti ad Atene al
momento del processo senza dar loro la possibilità di
difendersi individualmente. In tal caso si sarebbero sia rispettate
le leggi sia si sarebbe evitato di mandare a morte un innocente.
Questa è la ragione
per cui, sette anni più tardi, Socrate ritenne di far valere
in giudizio, quale suo attestato di benemerenza, il fatto di avere
difeso, in quella occasione, la legalità; questa è la
ragione per cui “E non molto tempo dopo gli Ateniesi se
ne pentirono e decretarono la citazione preliminare in giudizio di
quanti avevano ingannato il popolo,” (Senofonte, ELL.
I, 7, 35).
Chiaramente il popolo non
aveva dato retta ad Eurittolemo ed aveva mandato a morte, senza
sentirli individualmente uno per uno, tutti sei gli strateghi
presenti ad Atene. Poi se ne era pentito.
Calisseno ed altri quattro
furono citati in giudizio ma, in seguito ad una rivolta in cui
avrebbe trovato la morte anche Cleofonte, influente demagogo,
riuscirono a fuggire prima del giudizio; Calisseno, rientrato ad
Atene nel 403 a. C. con i democratici, odiato da tutti, finì
per morire di fame.
3 UN
GIUDIZIO
3.1 IL GIUDIZIO DE “LE RANE” DI ARISTOFANE
Essenzialmente la trama de
LE RANE di Aristofane è così; Dioniso sdegnato a causa
del fatto che nelle feste di Dionisio non vi sia un capace
compositore tragico o comico, decide di scendere all’Ade per
riportare di colà Euripide. Insieme col suo servitore Xantia,
egli va da Ercole a Tirinto, città dell’Argolide, per
apprendere da lui le strade che portano all’Ade, sia le osterie che
le deviazioni, questo visto che Ercole era già prima sceso
nell’Ade per riportare indietro Cerbero. Apprese da Ercole le
informazioni necessarie, egli comincia il viaggio. Una volta giunto
presso il lago Acherusico, Dioniso viene traghettato al di là
di esso da Caronte per due oboli, Xantia, invece, a ragione di non
aver combattuto alla battaglia delle Arginuse, non viene imbarcato da
Caronte e deve percorrere a piedi il periplo del lago (Rane, 190ss).
Giunti all’Ade, Dioniso viene accolto da Persefone e da Plutone;
questi gli dice di far gareggiare Eschilo ed Euripide e di riportare
in vita quello di questi due che fosse apparso veramente ottimo nelle
proprietà della sua arte. Fatto questo ed essendo apparso
migliore Eschilo, Dioniso, preso con sé costui, se ne torna
indietro.
L’azione teatrale è
di quelle composte bene e laboriosamente. Fu rappresentata sotto
l’arcontato di Callia che seguì quello di Antigene. Essa fu
così ammirata a ragione, particolarmente, della sua parabasi,
colla quale egli distingue le persone onorate dalle disonorate ed i
cittadini dagli esuli, da essere, anche, rimessa in scena.
Aristofane appare aver
composto questa azione teatrale LE RANE contro chiunque scrivesse
senza nessuna arte, da persona fredda, legnosa e priva di
disposizioni naturali, non comprendendo di doversi ricordare di
essere straniero o barbaro ma, anche, credendo di proporre dottrine
migliori di quelle presentate dai grandemente sapienti. Qui la
commedia passa dal piano letterario a quello politico, al momento, in
città, primeggiava il demagogo Cleofonte, insieme ad altri,
ricordato da Senofonte nel suo racconto del processo degli strateghi
(Senofonte, ELL. I, 7, 35), Aristofane lo critica “qui
risiedono migliaia di talenti più rispettabili di Cleofonte”
(RANE, 676s), egli è di origine straniera; “sulle
cui labbra equivoche la Tracia rondine terribilmente squittisce con
estasiata voce barbarico un lamento;” (RANE, 677ss).
Questo Cleofonte ha molto credito ma non propone dottrine sapienti,
sono migliori i Greci d’Atene, come Euripide ed Eschilo che è
necessario appunto, come finzione, richiamare dall’Ade. Ma quali
sono le colpe di questo demagogo di origine forestiera, ce lo dice la
conclusione della commedia;
“ Κλεοφῶν δὲ
μαχέσθω
κἄλλος ὁ βουλόμενος
τούτων πατρίοις ἐν ἀρούραις.”
(Aristof. RANE 1532s)
(Pensi Cleofonte
o chi altro voglia di costoro a combattere; nelle patrie lande.).
Sappiamo benissimo cosa
Aristofane rinfacci al demagogo che, in origine, era un fabbricante
di lire; dopo la battaglia delle Arginuse era avvenuto che; “Poi,
mentre i Lacedemoni volevano andarsene da Decelea e fare la pace a
condizione che gli uni e gli altri rimanessero nello stato in cui
erano, alcuni erano favorevoli, ma il popolo non li ascoltò,
ingannato da Cleofonte, che impedì la pace giungendo
all’assemblea ubriaco e coperto da una corazza, dicendo che non
avrebbe permesso la pace se i Lacedemoni non avessero sgomberato
tutte le città. Gli Ateniesi che allora non seppero
approfittare delle circostanze favorevoli, poco tempo dopo
riconobbero l’errore. L’anno seguente, infatti, sotto l’arcontato
di Alessio, essi persero la battaglia di Egospotami, in seguito alla
quale Lisandro (spartano) divenne padrone
della città..” (Aristotele, COST, ATEN. XXXIV,
1s). Già precedentemente, nel 410 a. C., dopo i successi
militari contro gli Spartani, questo demagogo aveva dissuaso gli
ateniesi dal comporre la pace (Diodoro, BIBL: HIST. XIII, 53, 3). Qui
leggiamo le conseguenze; “Ἀθηναῖοι μὲν οὖν κακῶς
βουλευσάμενοι μετενόησαν ὅτε οὐδὲν
ὄφελος, καὶ λόγοις πρὸς ἀρέσκειαν
εἰρημένοις ἔξαπατηθέντες οὕτως
ἔπταισαν τοῖς ὅλοις, ὥστε μηκέτι
δύνασθαι πώποτε αὑτοὺς γνησίως
ἀναλαβεῖν.” (Diodoro, BIBL. HIST. XIII, 53, 3)
(certamene gli Ateniesi, avendo malamente preso consiglio,
allora poi non riconobbero nessun vantaggio ed ingannati dai discorsi
fatti per piacenteria, mancarono talmente in tutte le cose che non
poterono mai più riprendersi nuovamente.).
Questa è la prima
lezione de LE RANE. di Aristofane, Ateniesi siete andati dietro a
demagoghi, ad una persona, come Cleofonte, anche di origine
straniera, ricordatevi delle personalità cittadine, Eschilo ed
Euripide, nel campo teatrale ma che simboleggiano i grandi uomini
politici come Pericle, Aristide, Solone, ecc. che erano di origine
Ateniese. Trascinata, invece, da questo demagogo a non concludere una
pace onorevole con gli Spartani, Atene andò incontro alla
sconfitta totale che giunse, puntuale, l’anno seguente, il 404 a.
C., colla battaglia di Egospotami.
I riferimenti ai fatti delle
Arginuse sono numerosi ne LE RANE, esaminiamoli;
ΞΑ. Οἴμοι
κακοδαίμων‧ τί γὰρ ἐγὼ οὐκ ἐναυμάχουν;
Ἦ τἂν σε κωκύειν
ἂν ἐκέλευον μακρά. (RANE 33s)
(XANTIA. Povero
me; perchè, infatti, non ho combattuto in mare? Senza dubbio
ti inviterei grandemente ad andare al diavolo.)
E’ Xantia, il servo che
parla rivolto al suo padrone, Dioniso; se avesse combattuto in mare,
chiaramente l’anno prima, presso le Arginuse, egli manderebbe al
diavolo il padrone. Chiaro riferimento al fatto che per provvedere
d’uomini la loro flotta, l’anno prima, gli Ateniesi avevano dato
la libertà agli schiavi ed ai servi; in seguito, avevano anche
condannato a morte i pi&ugra
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 | Catastrofe in Outremer; La disfatta di Hattin |
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| Friday, 12 September | | · | Cronologia anno 58 a.C.: Inizia la Guerra Gallica Transalpina |
| Thursday, 11 September | | · | Cronologia anno 36 a.C.: Battaglie navali di Nauloco, Taormina e Milazzo |
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