 | Un mondo latino perduto? |
Cincinnatus scrive "Il latino lingua franca nell'Inghilterra del Rinascimento
Introduzione
L'influenza della lingua e della letteratura latina su molte lingue moderne è stata oggetto da sempre di innumerevoli studi e di continue ricerche nel corso del tempo. Eppure la lingua latina continua ad essere classificata come una "lingua morta", una metafora linguistica con la quale si intende dire che ormai è passato oltre un millennio da quando questa lingua veniva insegnata ed appresa come lingua madre. Ma se consideriamo il concetto di "lingua morta" in termini di un uso ininterrotto nella tradizione letteraria di gran parte della cultura occidentale, allora dovremo affermare che il latino non è affatto una "lingua morta" se prendiamo in esame i "lasciti" linguistici latini presenti in molte lingue e culture europee, e sopratutto se si considerano che queste "presenze" latine hanno continuato a manifestarsi anche dopo che il latino ha cessato di essere una lingua parlata dai bambini all'interno di una comunità che si riconosceva in quella realtà linguistica.
Questa premessa di ordine generale è importante per introdurre nella corretta luce quelle che sono le correlazioni tra il latino e l'inglese nella grande fioritura del Rinascimento inglese in un arco di tempo ben definito e che va dal 1550 al 1640. Quasi cento anni durante i quali un libro su dieci pubblicati in Inghilterra, durante i regni di Elisabetta I e di Giacomo I, furono scritti in latino. Questa cifra sembrerebbe, tutto sommato, non elevata e poco influente nel suo insieme, ma la stessa è importante se pensiamo che gran parte di questi testi erano stati scritti e pubblicati in vernacolo, cioè in inglese, e quindi tradotti in latino.
L'abitudine a scrivere in latino risale a ben oltre il periodo rinascimentale se pensiamo che ritroviamo opere scritte in questa lingua a partire dal primo medioevo come ad esempio la "Historia Regum Britanniae" del 1135 di Geoffrey of Manmouth, un cronista che trascrisse una delle più antiche versioni della leggenda di Re Artù. Questa tendenza non deve essere vista esclusivamente come una manifestazione dell'Umanesimo rinascimentale ilnglese. Essa deve, piuttosto, essere considerata come il prodotto di un segmento di tempo che va dal 1100 circa al 1650 durante il quale il latino era lingua dominante in Europa. Esso puntellava, per così dire, le lingue locali ed interagiva con le culture vernacolari del periodo. Una prova di quanto affermiamo può essere trovata nei versi del cronista William of Nassyngton:(1)
Latin can no one speak, I trow,
But those who it from school do know;
And some know French, but no Latin
Who're used to Court and dwell therein,
And some use Latin, though in part,
Who if known have not the art,
And some can understand English
That neither Latin knew, nor French
But simple or learned, old or young
All understand the English tongue.
La guerra dei Cento Anni con la Francia (1337-1454) aveva dato un forte impulso all'uso della lingua inglese che cominciava ad essere usata come lingua ufficiale di stato. Ciò sarebbe, comunque, successo solamente un secolo più tardi, nel 1415, allorquando Enrico III, che non sapeva una parola di inglese, scrisse dalla Francia una lettera in lingua inglese. Questo atto "ufficiale" spinse nel 1422 i produttori di birra di Londra ad adottare la lingua inglese come lingua d'uso con un decreto che qui appresso riproduciamo:
Whereas our mother tongue, to wit, the English tongue, hath in modern days begun to be honorably enlarged and adorned; for that our most excellent lord king Henry the Fifth hath, in his letters missive, and divers affairs touching his own person, more willingly chosen to declare the secrets of his will ( in it ); and for the better understanding of his people, hath, with a diligent mind, procured the common idiom (setting aside others) to be commended by the exercise of writing; and there are many of our craft of brewers who have the knowledge of writing and reading in the said English idiom, but in others, to wit, the Latin and French, before these times used, they do not in any wise understand; for which causes, with many others, it being considered how that the greater part of the lords and trusty commons have begun to make their matters to be noted down in our mother tongue, so we also in our craft, following in some manner their steps, have decreed in future to commit to memory the needful which concern us.(2)
Tutto questo sta a significare che l'inglese comincia a venire in contatto, per iscritto, con l'altra lingua ufficiale scritta, oltre il francese, e cioè il latino. Questo contatto si verificò nel 1476 facendo emergere i primi problemi di conflitto ed attrito che poi vedremo do*****entati in seguito nei dettagli. In quell'anno, infatti, William Caxton, di ritorno dal continente, dove aveva appreso l'arte della stampa, impiantò la prima tipografia nei pressi dell'Abbazia di Westminster, nel cuore di Londra. Egli si trovò così, dopo di aver deciso di usare nei suoi libri la varietà dell'inglese di Londra e della regione sud-orientale, a dover risolvere grossi problemi di scrittura e di trascrizione su come stampare in modo comprensibile testi tradotti dal latino o dal francese in vernacolo.
La sua decisione a favore della varietà di Londra non dovette essere facile a causa delle difficoltà di soddisfare le esigenze dei lettori e degli autori. Egli scrive in una delle sue numerose prefazioni che un giorno, avuta tra le mani una parafrasi dell'Eneide, tradotta dal latino in francese, si accinse a tentarne la traduzione in inglese. Ma, dopo d'aver scritto qualche pagina, si accorse che, rileggendo, si imbatteva in tanti termini strani ed incomprensibili che di sicuro i lettori lo avrebbero accusato di tradurre in una maniera che la gente "comune non lo avrebbe capito". Egli riferisce che la lingua inglese gli sembrava tanto "rozza e limitata" da essere incomprensibile. C'erano, poi, come abbiamo accennato, le varietà regionali le quali aumentavano i problemi sia di sintassi che di scrittura.
L'invenzione e l'uso della stampa aveva messo in moto una rivoluzione nella comunicazione diffondendo cultura e conoscenza, gettando anche, però, il seme per la grande fioritura del Rinascimento europeo sul quale avrebbe soffiato potente il "vento" della lingua latina che avrebbe causato la diffusione di parole latina nella lingua inglese, e non solo in questa, le quali parole avrebbero avuto la funzione che hanno le nuove semenze per nuovi germogli e fioriture.
La cultura elisabettiana: i temi e i testi
Secondo una recente ricerca condotta da uno studioso inglese (3) fu questa forte e significativa presenza del latino sul suolo britannico a gettare le basi della nascita della letteratura del Rinascimento inglese. Nel periodo che abbiamo citato innanzi, gli anni che vanno dal 1550 al 1640, possono essere visti come la parte terminale di un arco di tempo cominciato intorno all'anno 1100 e che si concluderà verso la metà del seicento, un periodo durante il quale la lingua latina avrebbe lentamente ceduto il passo all'inglese, entrambi esempi di lingua franca, antagoniste ma conniventi, in un periodo di grandi trasformazioni. Non a caso questi mutamenti avrebbero portato alle grandi rivoluzioni del pensiero e dell'esistenza che si sarebbero verificate nei secoli 17 e 18 ponendo la lingua inglese al centro della cultura europea. Secondo Binns tutto questo fu possibile perchè gli intellettuali inglesi si erano venuti formando in scuole ed università nelle quali la lingua latina era lingua di studio, di uso e di lavoro. Era solo attraverso di essa che si poteva avere accesso ai vari settori della conoscenza del tempo.
La poesia in lingua latina
C'è una grande produzione in versi latini che si manifesta a partire dalla prima metà del 16 secolo man mano che la cultura del Rinascimento rifioriva in Inghilterra. Gli anni centrali del secolo sono quelli cruciali, come per tutti gli altri settori della cultura del tempo. La figura poetica che emerge e che ci sembra più significativa è quella di John Leland (1506-1552), araldo di questa crescente presenza di produzione poetica in latino sul suolo britannico. Leland fu un religioso, un antiquario ed un bibliotecario al servizio di Enrico VIII, autore, tra l'altro, di una "Storia sulle Antichità della Nazione" rimasta incompiuta e frammentaria.
La sua poesia può essere vista come una espressione dell'emergente cultura umanistica del tempo per le sue conoscenze e le sue relazioni con uomini di chiesa, poeti e uomini di affari in Inghilterra e sul continente. All'età di 44 anni la sua carriera finì perchè uscì di senno e morì due anni dopo. Tra le numerose opere in latino va ricordata "Principium virorum encomia", postumo, in cui egli così dichiara il suo amore per la poesia.
Adolescens totus plane conflagrabam Camoenarum amore: qui ardor eo me tandem impulit, ut treis Epigrammaton libellos scriberem, diligentia quidem magna, at interim an pari eloquentia, felicitate, et gratia nescio. Primo Grae***** addidi titulum, viz. Encomiasticon. Secundo vero Latinum Sales nomen inditum. Tertius et Graece inscriptus Epikedion.
When I was a young man, I was absolutely and completely fired with love for the Muses: and this ardour finally drove me to the point of writing three books of Epigrams, with great diligence indeed, but whether with equal eloquence, success and grace I know not. To the first book I gave a Greek title Encomiasticon, the second was entitled in Latin, Sales, the third in Greek Epikedion. (4)
Questo suo amore, però, segnala anche la sua attenzione per le nuove influenze culturali provenienti dal continente. Nella "Commigratio literarum in Britanniam" segnala il crescente interesse dei suoi compatrioti per le lingue e per quelle classiche in particolare:
Cana bonas passim cantavit fama Camaenas
Alpinas numquam transiliisse nives.
Ut Pandionias facundia liquit Athenas,
Venit ad Italicos Musa polita lares.
Fronte tamen salva dicam nunc, audiat ipsa
Roma licet, Musas transiliisse nives.
Nam penitus toto divisis orbe Britannis
Tersa Camaena dedit verba rotunda loqui.
Illa vetus linguis florebat Roma duabus,
At linguis gaudet terra Britanna tribus.
Hoary Fame sang on all sides that the kindly Muses had ever passed over the Alpine snows; when eloquence left Pandionian Athens, the polished Muse came to the house of Italy; without deviating from the truth, I can now say, even though Rome herself hears me, that the Muses have crossed the snows. For the pure Muse has granted the power of rounded speech to the "Britons utterly divided from the whole world". That Rome of old flourished with two tongues: but the British land rejoices in three. (5)
E' chiaro che le tre lingue alle quali fa riferimento sono il latino, il greco e l'inglese poichè da esse sarebbe venuto il progresso del pensiero, allo stesso modo di come dalle capacità di Roma, ("illa vetus"), di usare due lingue, il latino ed il greco, venne la sua grandezza. Con tre lingue, cioè il latino, il greco e l'inglese, Britannia avrebbe potuto rigenerarsi in tre. E' interessante, a questo punto, notare il fatto che Leyland colloca per la prima volta l'inglese accanto alle lingue classiche, identificandolo come lingua letteraria degna di essere usata da Chaucer e Wyatt. Binns dice:
"Leland also devoted three poems to praising Geoffrey Chauces, and his volume on the death of Wyatt, the Naeaniae in mortem...Viati .mentioned above, compares Wyatt's mastery of his native tongue with that of the Italian poets Dante and Petrarch. Thus Leland, as well as having a wide humanist reading, shows a widespread sympathy for vernacular writing not commonly found amongst Latin humanists of his day". (6)
Leland è convinto che è possibile una generale rifioritura della cultura inglese come si evince dalle conoscenze dei poeti contemporanei che lui ammirava e che cita in una delle sue poesie incluse negli "Encomia": Pontano, Marullo, Sannazaro, Mantuano, Poliziano, Vida, Lorenzo Valla, Tommaso Moro ed altri. Il ritratto che fa di sè nel suo ultimo lavoro "Cygnea Cautio" del 1545 è utile per avere un quadro oltre che di lui come poeta, anche dell'atmosfera nei circoli intellettuali del tempo. Nella sua "Peroratio ad candidum lectorem" così si esprime:
Agnosco quam angusta sit suppellex nostra. Materiam fateor iure quodam suo Vergilianam in carmine non modo gratiam, sed et maiestatem quoque poscere. Nec me sane latet hoc argumentum et fontes Ovidianos illos ab illimi origine pure defluentes vehementer etiam atque etiam optare. Ego qui utrunque viderim, et per literas aeterna viventem fama, et eloquii incredibili suavitate perfusum, eorum gloriae facile assurexi, utpote cultor supplex, rectius quam felix imitator. Salutatis de more illis, ad Phaleu***** me statim contuli. Praesto quidem erant hinc Catullus, hinc Pontanus, clarissima inter sui saeculi poetas lumina, quibus ego me pro tempore totum solicite commendavi, ac postremo raptus qua nescio plane cupiditate collaudandi tum fortia Henrici Octavi Regis incomparabilis numquam emoritura facta, tum virtutes praenitentes, Cygnum Phaleucinis canentem modulis in medium protuli... Valete bonarum artium cultores felicissimi.
I recognize how constrained my poetic equipment is. I confess that material which is Virgilian demands by a certain right of its own in a poem not only grace but also majesty. Nor does it escape my notice that this subject also longs vehemently again and again for those Ovidian sources flowing purely from an undefiled origin. I, who have seen both of them, the one, Virgil, living through his literary works with eternal fame, the other, Ovid, suffused with an incredible sweetness of eloquence, have readily risen as a mark of respect to their glory, as a suppliant worshipper rather than a successful imitator. Having given them the customary greeting, I straightway took myself the Phaleucus; there were indeed on hand, on the one side Catullus, on the other Pontanus, each the most outstanding light among the poets of his age, and to them I gave myself uo earnestly for a period: and at the last, carried away I knew not where by a desire to praise both the brave deeds, which will never die, of the incomparable King Henry VIII, also his outstanding virtues, I brought to the light of day the Swan singing in Phalaecian metre... Farewell, most fortunate cultivators of the good arts. (7)
L'opera di Leland apre un periodo di circa cento anni durante il quale si stabilirono stretti rapporti di cultura tra gli ambienti di corte e le università nelle quali i poeti avrebbero celebrato eventi, ricorrenze e personaggi nella lingua di Roma.
Le caratteristiche poetiche
La presenza del latino nell'Inghilterra rinascimentale si fa sentire in maniera massiccia quando si scorrono le do*****entatissime pagine della ricerca del Prof. Binns. In prosa o in versi, in ambienti universitari o a corte, l'uso della lingua latina diventa una vera e propria manìa, specialmente se si considerano le forme poetiche nella quali l'anglo-latino si manifesta. Abbondano gli anagrammi, i versi acrostici, le figure poetiche, i versi a mosaico, i cronogrammi, i versi cenosomatici, palindromici, pangrammtici, geroglifici o epanalettici, versi "rapportati", versi a eco e così via. Vediamone alcuni esempi.
Versi acrostici. Un tipo di verso in cui la prima lettera di ogni verso forma un nome o un messaggio. E' il caso di un volume di poesie dedicate a Bacone e pubblicato a Londra nel 1620 con il titolo di "Encomium heroum carmine akrostiko (sic) tentatum" L'opera include poesie in cui la prima lettera di ogni verso recita nel modo che segue:
iacobus magnus britanniae rex, carolus valliae princeps, vladislaus poloniae princeps, franciscus baconus verulamie baro angliae cancellarius, edouardus sacvil ricardi comitis dorsetie frater unicus...(8)
Versi a mosaico. Meno comuni dei precedenti questi versi sono più complessi ed elaborati. Le parole possono essere lette verticalmente ed orizzontalmente:
Concidit En Docti Defensor Gloria Civis
En Moritur custos iusti virtutis amator
Docti custos iam periit patronus honesti
Defensor iusti periit iam veri adamator
Gloria virtutis patronus veri et apertus
Civis amator honesti adamator apertus obivit
Thomas Cotton, in "Eidyllia" Oxford 1612 li chiama "Versus Cancrini se (maris) Tessalati".
Oppure ancora:
En Cessit Constans, Maecenas, Vir quoque Clarus
Cessit prudens, doctus, iustus, fortis amator
Constans, doctus, maxima genti gloria semper.
Maecenas, iustus, genti, vir denique amatus.
Vir quoque fortis, gloria denique patriae, honorque,
Clarus, amator semper amatus, honorque suorum. (9)
che troviamo in una antologia intitolata "Threni Exoniensium in obitum .. D. Ioannis Petrei" edita a Oxford nel 1613.
Cronogrammi o Eteostici. Sono versi in cui le lettere MDCLXVI sono maiuscole e vengono lette come numeri romani, sommati per avere una data. Richard Wills, nel suo "Poematum liber" pubblicato a Londra nel 1573 chiama questo tipo di poesia "numerosum carmen" e ne dà questo esempio:
gVILLeLMI angLIgenae transIs hIC ossa, VIator,
praesbIterI, angeLICos Ipse Chorus abIt. (10)
Una M, tre C, cinque L, due V e dodici I = 1572 in numeri romani. Il 1572 era l'anno della morte del fratello dell'autore e così stese il suo epitaffio. La tradizione dei cronogrammi era molto diffusa in questo periodo ed ha origini medioevali in occidente anche se vi sono esempi più antichi nell'ebraico e nell'arabo.
Versi a eco. Un tipo di verso molto curioso e diffuso nel periodo del Rinascimento inglese fu il cosidetto "verso a eco". Le sue origini vanno trovate in Ovidio, il quale, nelle "Metamorfosi" (3, vv.359-401) narra la storia della ninfa Echo, la quale era incorsa nelle ire della dea Giunone, che la privò della parola ma le lasciò la possibilità di ripetere le ultime parole che sentiva. Così quando Narciso chiede: "ecquis adest?" Echo risponde "adest" ("is anyone here?" - "Here?"); oppure ancora se Narciso dice "huc coeamus", Echo risponde "eamus" ("here let us meet - let us meet"). Johan Buchler, nella sua "Reformatio poeseos institutio", in appendice al suo "Phrasium poeticarum thesaurus" (Londra, 1624) definisce una "poesia a eco" nella seguente maniera:
in fine, aut medio versus eiusmodi vocula ponitur, quae vel toti verbo praecedenti, vel eius similis caudae, aut eandem sententiam illustrat, aut diversum aliquid, et nonnunquam contrarium, aut prorsus inexpectatum, aut par, aut maius, aut minus denique complectitur.
In the end or middle, of a verse a word is placed which is similar either to the whole preceding word or to its final part, and which either involves a different, and sometimes directly opposed, meaning, or one that is either quite unexpected, or else amounts to the same thing, or something less or greater. (11)
I primi versi della poesia che introducono il poema presentato da Buchler chiariranno meglio quanto diciamo. I pastori di Betlemme fanno domande semplici sulla nascita di Cristo; l'eco dà risposte significative dalla parte finale delle domande:
Colloquium Bethlemitae Pastoris et Echus, cui Poeta sua verba interponit
Haec Bethlehemitae Pastoris verba referre,
Audita est Echo, quae iuga mintis habet.
Auis natus? dixit NATUS. patrisne Iudaei?
Illa, DEI. Verusne est homo? dixit, HOMO.
Atque hic idem, nonne Deus remanet? MANET. Estne
Ut Pater omnipotens? rettulit illa, POTENS.
Nunc quid de caelis duxit? LIS DUXIT. at istam
Dic utrum vincet? VINCET, et ipsa refert,
Litis erat radix longaeva? EVA an mala? MALA
Anne gula hoc potuit? illa refert, POTUIT. (12)
Questi effetti non sono riproducibili in traduzione.
Le traduzioni in latino: dal greco
La forte presenza del latino come lingua franca nel Rinascimento inglese si avverte anche in innumerevoli traduzioni da diverse lingue classiche o moderne. Molte altre opere vennero scritte in inglese e furono tradotte in latino sia per il pubblico inglese che per quello europeo. E' in questo contesto che la lingua latina dimostra la sua vera funzione di lingua di comunicazione di cultura, ma anche, per dirla con un termine moderno, di marketing e di collegamento tra le università, i palazzi del potere, la corte ed i mercati. La maggior parte delle traduzioni tendono ad usare una lingua diretta, semplice e comprensibile.
John Christopherson è uno dei maggiori rappresentanti degli scrittori-traduttori, uomini colti del tempo che ebbero una vasta fama per i loro lavori e studi. Christopherson era un cattolico, rettore al Trinity College di Cambridge, confessore e cappellano della regina Maria la cattolica. Traduttore di gran parte della patristica greca, di Eusebio, Socrate, Teodoreto, Theodore, Sozomen e Scholasticus, tutti testi raggruppati nell'opera "Historiae ecclesiasticae scriptores" uscita a Lovanio, Colonia e Ginevra in varie edizioni del 1569, 1570 e 1612.
Riteniamo utile riportare un brano della sua "Proemium Interpretis" nella quale egli spiega le ragioni della sua tecnica traduttiva. Egli, nel dare spiegazioni sulla scelta dei padri della letteratura greca, afferma di non volere subordinare il testo al bel stile sostenendo in tal modo una stretta aderenza al testo originale pur senza tradirne lo spirito. "La vera eloquenza, egli afferma, non è mero verbalismo ma il sapere elaborare ed articolare la conoscenza". Traducendo dal greco in latino egli dice di mirare essenzialmente a quattro obiettivi:
Mihi in convertendis Greacis aciem mentis acrius defigenti quatuor potissimum videntur requiri, vera sensus sententiaeque explicatio, latinitas, numerus, et ea, quam dixi, sermonis perspicuitas. Primum ad fidem, secundum ad delectationem, tertium ad aurium iudicium, quartum ad intelligentiam solet accommodari. Quis enim credet, si suspecta sit sententia? quis voluptatem in legendo capiet, si sermo rudis et impolitus videatur? cuius aures non fastidient, si hians et incondita sit oratio? quem non deterrebit, si obscura et tanquam cir*****fusa tenebris appareat? Ac tametsi ista in philosophorum, oratorum et poetarum libris vertendis, qui de studiis humanitatis et politiore literatura scripserunt, sint summe et utilia et necessaria, tamen in sanctorum et apostolicorum virorum monumentis exprimendis, quae sunt ab illis de religione nostra tradita, et necessitatis non minus, et multo plus utilitatis habere merito existimari debent. Quamvis enim in sacris literis interpretandis ordo verborum retinendus sit, ut ait D. Hieronymus, quia mysterium est, tamen in aliorum Graecorum interpretatione eodem authore Ciceronem et citante et incitante, non verbum e verbo, sed sensus de sensu exprimendum.
In translating Greek, it seems to me, contemplating the matter with keen attention, that four things in particular are required: a true explanation of sense and meaning, good latinity, harmony, and that perspicuity of speech which I have mentioned. The first is usually held to be relevant for fidelity, the second for delight, the third for the judgement of the ears, the fourth for the understanding. For who will believe if the meaning is suspect? Who will take pleasure in reading, if the speech is rude and unpolished? Whose ears will not be disgusted, if the speech is disconnected and confused? Whom will it not deter, if it seems obscure and shrouded by darkness? And although those ideals are in the highest degree both useful and necessary in translating the books of philosophers, orators and poets, who have written about the humane disciplines and polite literature, yet in rendering the writings of saints and apostles, the things which are handed down by them about our religion ought rightly to be considered no less necessary and much more useful. For althogh in translating the Scriptures the order of the words should retained, as St Jerome says, because it is a mystery: yet in the translation of other Greek writings, on the same authority of Jerome (when he cites and imitates Cicero), we should translate not word for word, but meaning for meaning. (13)
Se osserviamo le traduzioni dal greco in latino pubblicate in Inghilterra e le confrontiamo con la grande fioritura sul continente, dovremo dire che l'Inghilterra perde nel confronto. Eppure nonostante ciò notevoli furono gli sforzi fatti per riprodurre in latino testi che spaziavano per circa due millenni. Sono lavori che dimostrano la grande volontà da parte degli inglesi di inserirsi ed inserire l'Inghilterra nel grande circuito culturale europeo, generando quella ricca fioritura di interesse artistico e letterario per l'antica Grecia che si manifesterà nei secoli 17 e 18. Il che dimostra, ancora una volta, il ruolo pratico ed essenziale che svolse la lingua latina facendo da tramite tra culture diverse e lontane tra loro nel tempo e nello spazio.
Le traduzioni dall'inglese.
Le traduzioni in latino dall'inglese costituiscono la prova più evidente della funzione che il latino ebbe nel rinascimento inglese. La lingua inglese in questo periodo non era altro che una lingua minore, poco usata e poco conosciuta fuori dell'Inghilterra. Si imponeva, pertanto, la traduzione nella lingua di Roma che dominava i circoli culturali e politici del tempo. C'era una eccezione e riguardava il campo della teologia. Poichè la Chiesa inglese aveva una posizione teologica centrale, gli scritti erano in inglese perchè diretti a lettori di lingua inglese i quali vedevano in questa lingua locale la loro realtà culturale e la propria identità comunitaria. Ma non potevano non ignorare il fatto che la grande disputa religiosa con Roma si svolgeva in latino. Di qui la necessità di tradurre dall'inglese in latino.
Una prova di quanto abbiamo detto la ritroviamo nella traduzione in latino dell'opera di John Reynolds, un importante studioso e teologo di Oxford il quale pubblicò la maggior parte dei suoi lavori in latino. Uno di questi è senza dubbio il più importante perchè si occupa della disputa e dei contrasti tra la Chiesa di Roma e la Chiesa di Inghilterra che in quegli anni divampava con forza. Egli pubblicò a Londra nel 1584 "Summe of the Conference betwene J. Reynolds and J.Hart touching the Head and Faith of the Church"
Il gesuita John Hart, educato in Francia, era stato processato per essere entrato in Inghilterra clandestinamente e condannato ad essere istruito per tre mesi in teologia dal Reynolds. L'opera racchiude, infatti, i testi delle loro discussioni e fu pubblicata in inglese in varie edizioni prima di essere poi tradotta in latino nel 1610 a Oxford e a Londra l'anno seguente. Ventiquattro anni intercorrevano dalla prima edizione in inglese e il traduttore dedica il suo lavoro a Christian IV re dei regni di Danimarca e Norvegia, una chiara prova questa della volontà di rivolgersi ad un pubblico internazionale:
Propugnavit autem apud suos solummodo, hoc est Anglos; nec virtus eius manavit longius, lingua populari, qua edebatur, ipsum intra huius unius Insulae fines coarctante. Est illa desidiosa valde et enervata caritas, quae domesticorum limen non transgreditur... Quare, ut ista quoque longius dissita limina si non transgrediatur, salutet tamen, etiam in interiora penetret...dilatavi caritatem huius operis, ut me interprete, doctissimum Iohannis Rainoldi ***** Harto Colloquium nationis multas sermone multis satis familiari alloquatur.
(Rainolds) fought as a champion in this way only amidst his countrymen, that is to say the English. Nor did his merits spread further, since the vernacular tongue in which the work was published confined it within the boundaries of this one island. Now it is a very sluggish and enervated charity which does not step beyond the domestic threshold...And so, in order that this work should, if not cross thresholds far removed then at least greet and even penetrate the inner parts of them... I have enlarged the charity of this work, so that through my translation, the most learned Conference of Rainolds with Hart may speak to many nations in a language familiar enough to many men. (14)
Questa tendenza, sempre più accentuata, a voler raggiungere un pubblico più ampio e qualificato, la possiamo ritrovare nella pubblicazione in latino dell'opera di un autore che sarebbe poi diventato il primo scrittore inglese a conquistarsi, con grande merito, una fama europea, sopratutto per la traduzione in latino delle sue opere. Ci riferiamo a Francis Bacon il quale fa dire a William Rawley, nella presentazione dell'edizione del 1623 del suo "De augmentis scietiarum", che include la traduzione latina del famoso "The Advancement of Learning", quanto segue:
Non ita pridem animum adjecit ut in Latinam lingua verteretur. Inaudierat siquidem illud apud exteros expeti. Quinetiam solebat subinde dicere libros modernis linguis conscriptos non ita multo post decocturos. Ejus igitur translationem, ab insignioribus quibusdam eloquentia viris elaboratam, propria quoque recensione castigatam, jam emittit.
Not long ago he formed the intention that it should be translated into Latin, since he had heard that the work was being sought after by foreigners. Nay, he was wont frequently to say that books written in modern languages would not very long after go bankrupt. And so he now publishes his translation of the work, which has been worked on by certain men who are fairly well known for their eloquence, and then puriflied by his own revision too. (15)
Le parole di Bacone vennero riprodotte nelle innumerevoli edizioni che questa opera ebbe in tutta Europa e che tuttora viene continuamente ristampata in latino.
Le traduzioni dall'italiano.
Non poteva mancare in questa nostra rapida ricerca di testi esemplificativi di traduzioni in latino dalle principali lingue europee un esempio di traduzione dall'italiano in latino. E' il caso della traduzione del "Cortigiano" di Baldassarre Castiglione alla corte di Urbino fatta in Inghilterra da Bartholomew Clerk nel 1571 e pubblicata col seguente frontespizio: "Balthasaris Castilionis comitis de curiali sive aulico. libri quatuor, ex italico sermone in Latinum conversi". Il libro ebbe un immediato successo e numerose furono le edizioni in tutta Europa. Col testo del Castiglione vennero pubblicate anche diverse lettere scritte dal traduttore a studiosi e diplomatici del tempo, con le loro relative risposte, le quali costituiscono una preziosissima do*****entazione sulla cultura inglese del tempo oltre a testimoniare in quale e quanta considerazione la corte di Elisabetta I tenesse lo studio dei classici e del latino in particolare. Nella dedica alla regina, infatti, il Clerk esprime tutto il suo impegno a che il suo lavoro fosse all'altezza del compito che gli veniva richiesto e si faceva carico del tipo di traduzione che convogliasse lo spirito dell'originale. Egli dice in una di questa lettere:
Dabis mihi veniam (erudite lector) si verbis utar nunc plane fictitiis: idem tute faceres, si de istis scriberes: idem Marcus Cicero faciendum putaret, si nunc viveret. Novis siquidem rebus, nova nomina sunt imponenda.
You will pardon me, learned reader, if I sometimes use words which are simply made-up. You would do the same yourself, if you were writing this translation; and Cicero himself, if he were living today, would feel that it should be done. We must always give new names to new things. (16)
Egli sentiva forte il bisogno di ricreare in latino la capacità espressiva dell'italiano del Castiglione difendendo il suo latino dall'accusa che gli veniva rivolta di non essere sufficientemente ciceroniano nello stile. Egli, infatti, in più di una occasione, reagisce dicendo che aveva dovuto superare non poche difficoltà nella traduzione del testo del "Cortigiano" coniando parole nuove perchè non esisteva in latino un termine corrispondente. Lo stesso Cicerone, egli afferma, avrebbe avuto delle difficoltà se si fosse trovato a dover tradurre in latino termini italiani provenienti dalla danza, dalla ginnastica o dal teatro, ambienti sconosciuti ai tempi dei Romani. Egli dice di non mirare soltanto ad una traduzione di parole ma a convogliare quello che è il significato dell'originale. Per questa ragione egli nel tradurre non si rifa solamente al latino usato da Cicerone ma estende il suo lessico a molti altri autori latini.
Quae si a me in Latinum sermonem non inconcinne transferri posset, et stylo meo tamquam coticulam aliquam fore putavi, et ex ea, indicia atque argumenta certissima posse desumi, num tantis conatibus quoquo modo possem satisfacere? Nam, si ego minus Latine quam ille Italice scripserim (quod valde metuo ne fiat) inanis omnis noster labor, stultumque studium est fururum, ***** nec Anglorum Aula Urbinatium ulla in re inferior fuerit, et tua serenitas omnibus Aemiliis et Conzagis multis gradibus antecellat.
If this could be translated into the Latin tongue by me without inelegance, I thought it would both provide a touchstone of my style, and that from this the surest indications and evidence would be provided of whether I could in any way measure up to the demands of such great undertakings. For if my standard of Latin were inferior to his standard of Italian (and I fear greatly lest this may be so) then all my labour would be vain, and my exertion would be folly, since the English court has been no whit inferior to that of Urbino and your Grace is many degrees superior to all the Emilias and Gonzagas. (17)
Le traduzioni in latino dalle lingue vernacolari come l'inglese, il francese, l'italiano ed altre erano diffuse poichè questa lingua oltre ad avere un valore stilistico e letterario in grado di dare prestigio e valore ad un opera, aveva anche e sopratutto una funzione di vero e proprio mezzo di comunicazione efficace, conosciuto in quegli ambienti che si voleva raggiungere per la diffusione dell'opera editoriale sia in termini economici che culturali. Fu una tradizione questa che si sarebbe continuata anche oltre i limiti del Rinascimento, ben dentro il 18 secolo, fino ad arrivare addirittura ai nostri tempi con la traduzione in latino delle "Avventure" di Alice e di "Winnie the Pooh", il famoso personaggio televisivo dei bambini di oggi.
L'insegnamento del latino
Ci sembra importante concludere questa parte della nostra ricerca sulla presenza del latino nella cultura del Rinascimento inglese facendo qualche utile riferimento ai sistemi di insegnamento del latino in Inghilterra durante il periodo che abbiamo preso in considerazione.
T.S. Baldwin, uno studioso americano, in una sua ricerca pubblicata nel 1944( William Shakspere's Small Latine and Lesse Greeke, Urbana, 1944) ha minuziosamente descritto il sistema di studio di un ragazzo inglese di sette anni intorno all'anno 1560 a Eton, la più famosa scuola pubblica inglese di tutti i tempi. Ne diamo qui la descrizione così come la riporta Binns nel suo libro:
The boys, who usually went to grammar school at about the age of seven, and who would at that stage be expected to be able to read English and to know by heart certain basic religious texts such as the Ten Commandments and the Lord's Prayer, were roused at five o' clock in the morning; and at six o' clock, after prayers, they were taught about the parts of speech and the conjugation of verbs. At seven o' clock all forms had to render from memory what had been read to them. At eight o' clock, the children were assigned a passage either to be translated or to be paraphrased (i.e. re-written), or else versified, depending what form they were in. At nine, depending on the class and the day of the week, the boys either did prose composition upon a theme, or else they studied Terence, Justin, Caesar, Cicero, Vives, Ovid, or Virgil. From these authors they had to excerpt proverbs, phrases, fables, apophthegms etc. At ten o' clock, prayers were followed by dinner. At twelve and at one o' clock the pupils were quizzed and examined on what they had read. At four o' clockk, they translated prepared passages from such authors as Florus, Valerius Maximus and Susenbrotus, and also repeated memorized precepts. At six o' clock in the evening, the boys translated sententiae from the vernacular into the Latin and at eight o' clock they went to bed. The routine was slightly varied on Fridays and Saturdays. At other schools, at the weekend, pupils studied important religious texts in latin and English. (18)
Avviandoci alla conclusione chiudiamo il lungo, ma necessariamente incompleto, elenco delle opere pubblicate in latino nel periodo con una citazione ricavata dall'introduzione ad un dizionario latino-inglese pubblicato a Londra nel 1575 dal francese Jean Veron in cui si possono leggere queste parole che riaffermano categoricamente l'utilità dello studio del latino:
... how necessary the knowledge of the Latine tongue is to any of vs, that either desire to be entred into other bordering tongues, or to serch the depth of any Science, or the assurance of our salvation through the true understanding of the holy scripture, is so commonly knowne, and so generally agreed on, that happie seemes he that may attaine therto, or procure and leave it to his child as a sufficient heritage. (19)
CONCLUSIONI
La tradizione di scrivere e tradurre in latino continuò in Inghilterra ben oltre gli anni che costituiscono il.periodo rinascimentale da noi preso in esame attraverso la ricerca di Binns. Sono anni durante i quali il latino si manifesta come una vera e propria lingua viva, disponibile, di movimento tra corti e palazzi del potere, chiese ed accademie, università e stamperie. Dopo questo periodo, e precisamente dopo gli anni della guerra civile, dalla metà del 17 secolo, fin verso la metà del 18, il latino comincia gradatamente a decadere nell'uso, nel senso che perde la sua qualità di lingua d'uso vivo, per diventare una lingua artificiale, pur rimanendo una lingua di prestigio. E' una tendenza questa che è comune a tutti i centri di cultura europei che avevano usato il latino come lingua di comunicazione sia scritta che orale.
In Inghilterra l'uso della lingua latina aveva significato la creazione di una cultura autonoma ed auto-sufficiente, ricca e brillante, in società, quella di Elisabetta I e di Giacomo I, che avevano sentito poco bisogno della lingua vernacolare, cioè l'inglese, in quanto ogni contenuto culturale veniva convogliato e sviluppato in latino. Tutti i generi letterari erano stati usati egregiamente e questa nuova forma di latino era diventata un neo-latino che aveva dato vita ad un tipo di cultura e di letteratura che resteranno uniche ed esclusive nella storia della letteratura inglese. Tutto questo era stato possibile con la lingua di Roma. Essa fu la forma di espressione dominante degli intelletuali inglesi ed europei e le opere di poesia, di storia e di filosofia scritte nel periodo furono possibili perchè vennero scritte in latino e potettero così diventare la massima espressione artistica del Rinascimento europeo ed inglese.
Solamente quando la lingua latina cominciò a perdere il suo primato, verso la metà del 18 secolo, potè cominciare a manifestarsi la presenza della lingua vernacolare, nuova lingua franca, e cioè l'inglese, che avrebbe fatto nascere un'altra letteratura e avrebbe dominato sia le terre conosciute fino ad allora che quelle che sarebbero state scoperte dopo. Una lingua nella quale l'uomo doveva lasciare, a distanza di circa tre secoli, il suo messaggio scritto sulla luna quasi per significare che l'inglese era destinato a diventare una vera e propria lingua franca spaziale. Ma questa è un altra storia.
14.5.93
ANTONIO GALLO
Liceo Scientifico Statale "G. Galilei"
SARNO (SA)
_______________________________________
NOTE
(1) cit. in : R. MCCRUM, W. CRAN, R. MACNEIL: "The Story of English", Faber & Faber, London, 1992 edition, pag.78
(2) ibidem pag.85
(3) J. W. BINNS: "Intellectual Culture in Elizabethan England - The Latin Writings of the Age", Francis Cairns, The University, Leeds, 1990
(4) ibidem pag. 20
(5) ibidem pag. 21
(6) ibidem pag. 23
(7) ibidem pag. 24
(8) ibidem pag. 47
(9) ibidem pag. 48
(10) ibidem pag. 49
(11) ibidem pag. 56
(12) ibidem pag. 57
(13) ibidem pag.220
(14) ibidem pag. 245
(15) ibidem pag. 252
(16) ibidem pag. 262
(17) ibidem pag. 261
(18) ibidem pag. 292
(19) ibidem pag. 296
Nota: tratto dal sito: http://www.biblio-net.com/lett_cla/latina/lingua_franca.htm"
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