 | Il Denario: storia di un Impero |
Plinius scrive "
Quando è finito l’impero romano? Questo interrogativo ha impegnato gli storici per molti anni a partire dal classico studio di Edward Gibbon The decline and Fall of the Roman Empire. L’impero romano è caduto molte volte, si potrebbe rispondere. Sicuramente non è stato più lo stesso con lo spostamento della capitale a Costantinopoli operato da Costantino (330 dc). Una data emblematica è stata il 378 dc con la disastrosa sconfitta di Adrianopoli e la morte dell’imperatore Valente in battaglia. Altrimenti il sacco di Roma, durato tre giorni, ad opera di Alarico nel 410 dc. Oppure il 394 quando Teodosio II sopprime il culto di Vesta, bandisce le sue sacerdotesse e spegne il fuoco nel tempio di Vesta, ininterrottamente acceso per più di mille anni. Sui libri si studia la fine dell’Impero Romano d’occidente nel 476 con il gesto simbolico di Odoacre che depone l’Imperatore Romolo Augustolo e consegna le insegne imperiali all’Imperatore d’Oriente, segno della completa inutilità di quella istituzione che andava così cancellando.
Una visione basata sullo studio dei fenomeni economici e monetari propone una diversa risposta: l’Impero Romano è caduto quando non è più stato coniato il denario d’argento. Ovvero: la grandezza di Roma è durata il tempo in cui essa si è espressa con uno strumento monetario straordinariamente forte: il denario appunto. E’ vero che per la sua disgregazione politica sono passati ancora due secoli, ma si può sicuramente affermare che dal punto di vista della solidità monetaria l’impero romano è caduto alla metà del III secolo, quando la situazione finanziaria impedì l’ulteriore emissione di denari d’argento.
Questa data, non precisa come l’accadere di una battaglia, si pone verso la fine del regno di Gordiano III (238-244). Per ironia della sorte proprio in quegli anni venne festeggiato il millenario della fondazione dell’Urbe, fondata secondo gli storici romani nel 752 a.c.. Da Filippo l’Arabo (244-249) in poi il denario di fatto scompare e si passa ad emettere esclusivamente antoniniani.
Guarda caso la nascita stessa del denario corrisponde all’inizio del dominio di Roma sul Mediterraneo. Plinio ci da una data precisa per questo evento, memorabile anche per lui: 269 a.c., durante il consolato di Ogulnio e Fabio (269-268). La data è ribadita precisando che la coniazione della prima moneta d’argento è avvenuta cinque anni prima della prima guerra punica, nella quale fu la prima vittoria su Cartagine.
Argentum signatum anno urbis CCCCLXXXXV, quinque annis ante primum Punicum bellum. Et placuit denarium pro X libris aeris valere, quinarium pro V, sestertium pro dupondio ac semisse.
Naturalis Historia XXXIII, XIII
Nonostante la chiarezza inequivocabile di Plinio, egli stranamente non è considerato attendibile dai numismatici contemporanei, che pure non possono fruire delle informazioni e delle documentazioni disponibili al tempo dello studioso comasco. Ma anche considerando la data proposta da Crawford, sicuramente tarda, del 211 a.c., il denario fa comunque la sua comparsa nel momento in cui Roma si presenta come potenza egemone. Dominare il mondo significa anche proporre una moneta economicamente forte. Basti pensare al dollaro oggi, o alla sterlina sul finire del XIX secolo. Ogni imperialismo si è accompagnato ad uno strumento monetario che ne ha fatto l’indispensabile tramite per le transazioni economiche. Il denario in paticolare ha qualcosa di miracoloso, nato come necessità vitale nel corso di una guerra molto dura, in presenza dello sfascio del sistema monetario precedente, reso poco credibile dalle continue svalutazioni. Roma trovò la ricchezza per imporre una moneta credibile, che, pochi decenni dopo la fine della seconda guerra punica, era già la moneta più importante d’Europa.
Per i successivi quattrocento anni il sistema monetario romano, pur perfezionandosi ed articolandosi in un complesso succedersi di nominali, dall’aureo al quadrante, rimase pressoché immutato. Abbiamo percezione che nel corso di quel periodo l’inflazione si sia mantenuta a livelli bassissimi, circa l’1% l’anno (vedi Tab 1 i prezzi). Questo di fatto permise di mantenere quasi inalterata la composizione della moneta, pur con qualche aggiustamento, come quello effettuato da Nerone, per venire incontro alle classi più disagiate.
Tuttavia le cose erano destinate a cambiare. Anche l’invincibile impero vide girare la fortuna. Una crisi economica e politica pesantissima era destinata a lacerare l’Impero nel corso del III secolo d.c. I primi segni maturarono nel corso del regno dei Severi. L’impero fu militarizzato come mai non era successo e ai soldati, veri detentori del potere, furono garantiti stipendi sempre più alti. Tale scellerata condotta finanziaria rese ben presto insostenibile per l’erario il pagamento delle legioni. Pertanto Caracalla (211-217) scelse di abbassare la lega al 50% ma al contempo alzare il peso a 5 grammi: nasceva così l’Antoniniano, moneta tutto sommato fortunata, che ebbe auge tuttavia per un periodo relativamente breve. Ma si trattò solamente di un palliativo. In realtà la crisi aveva radici lontane e non circoscrivibili così semplicemente. La pressione delle popolazioni barbariche si faceva sempre più insistente. Inoltre Roma non aveva più condotto conquiste, non aveva più nuove terre da depauperare, bottini da trasformare in moneta e schiavi da far lavorare. Il meccanismo s’inceppò, come una macchina senza benzina..
Dopo un periodo di stasi nel corso dei regni di Alessandro Severo e Massimino il Trace, nel corso dei quali, non a caso, non fu necessario ricorrere all’antoniniano, la crisi si riaccese acutamente a metà del III secolo, nel tribolatissimo periodo di Traiano Decio (249-251) e Treboniano Gallo (251-253) . Due fattori destabilizzanti operarono congiuntamente: invasioni barbariche e la peste. La peste imperversò per quasi dieci anni e comportò la morte di quasi un terzo della popolazione europea. Si dice che a Roma, all’apice del contagio, morissero cinquemila persone al giorno. Dati analoghi sono confermati dai registri tenuti in Alessandria per le distribuzioni del grano. Il calo demografico, per una società non tecnologica, è forse la minaccia più temibile per la sopravvivenza dello stato e contribuì non poco allo sfascio dell’impero.
Durante questo periodo si perfeziona il tracollo del sistema monetario romano: la svalutazione dell’antoniniano e la scomparsa del denario. Il denario non fu più coniato dai tempi di Gordiano, come già detto, se non come moneta di rame cammuffata d’argento.. L’Antoniniano, moneta che in partenza era di lega mista, scese ad un fino d’argento del 30%. Gallieno (253-268) passò a coniare monete solo superficialmente bagnate nell’argento, ma sostanzialmente di rame: era il tentativo di imporre una moneta fiduciaria ad un sistema che sempre si era basato sul valore intrinseco. La sproporzione tra il valore facciale e quello intrinseco era divenuta intollerabile. La risposta del mercato non si fece attendere: i prezzi volarono alle stelle e chi riceveva uno stipendio statale si ritrovò sul lastrico.
Non si sa quando i governanti romani fossero consci di questi fenomeni economici, forse più chiari al giorno d’oggi che non in quei tempi remoti. A giudicare dall’editto sui prezzi emesso da Diocleziano (284-305), non ne capivano granché: infantilmente Diocleziano cercò di imporre dei prezzi fissi per i generi di prima necessità, pena la morte (!) per chi transigeva. Tali drastiche misure ressero meno del tentativo di imporre un’altra moneta-truffa, il follis, rame ricoperto d’argento, non dissimile dall’antoniniano degli ultimi imperatori.
Di fatto nessuno dei regnanti successivi ottenne nulla dalle riforme messe in atto. Il sistema monetario scivolò verso un monometallismo aureo che favoriva i ricchi e che tagliava fuori dalle transazioni economiche le classi meno abbienti, che una moneta d’oro non potevano permettersela. La strada era aperta per il medioevo e per il tracollo di una economia fiorente e di una ricchezza diffusa a tutti gli strati della popolazione. Il sistema si contrasse in uno spasmo: rarefattasi la moneta, si tornò al baratto, ad una economia chiusa di pura sussistenza al servigio del padrone o feudatario. Mancanza di moneta per gli scambi significa povertà. I secoli bui videro l’Italia regredire ad uno stato di arretratezza economica paragonabile a quello precedente la colonizzazione greca del sud Italia (IX-IIX secolo ac).
Per mezzo millennio Roma era stata la guida del mondo, grazie alle legioni, alle strade, agli acquedotti, alle leggi, ma anche perché aveva creduto nell’importanza di una moneta di grande valore intrinseco da diffondere capillarmente tra i cittadini quale latore dei messaggi e dei simboli della romanità. La crisi dell’impero si manifestò non a caso con una crisi del suo strumento finanziario, che scomparve dalle scene molto prima dell’impero stesso e che da quel momento dettò la sua agonia. Le leggi dell’economia non ammettono eccezioni.
Il glorioso denario, che aveva visto il dominio di Roma sul mondo, finì fuso nei crogiuoli o , nel migliore dei casi, interrato dal suo possessore in un vaso. Qualcuno, dimenticato nel terreno, ha attraversato i secoli ed è finito nelle mani di stupiti osservatori moderni. Come una porta aperta sul passato, essi ci spalancano una finestra sulla storia e sui costumi dei nostri progenitori.
Plinius
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