 | I Campi Flegrei |
Cincinnatus scrive "http://www.cib.na.cnr.it/CampiFlegrei/introduz/romani.html
L''ETA'' ROMANA
Dalla metà del IV alla metà del III secolo a.C. la classe politica romana affondava le sue radici nel mondo dei piccoli proprietari terrieri. Gli aristocratici contadini di allora vivevano, ad esempio, sulla via Sacra ai piedi del Palatino, in case costruite per i nobili legati a Tarquinio il Superbo, l''ultimo re di Roma (ultimo terzo del VI secolo a.C.). Esse dovevano parere strabiliantemente lussuose a quei severi agricoltori e militari e ancor più essi dovevano stupirsi alzando gli occhi verso il Campidoglio e vedendo il Tempio di Giove Ottimo Massimo, dedicato nel primo anno della Repubblica (509 a.C.), rifulgente di terracotte multicolori. La grande Roma dei Tarquini era allora splendida testimonianza di un''età della fortuna che pareva non potersi più ritrovare. In questo scenario fastoso gli aristocratici di una Roma ben più modesta passavano disinvoltamente dalla spada all''aratro. La morale era ancora certa e severa.
Non mancava però a questi aratores triumphales l''avidità di nuove terre da coltivare che andavano a cercare nell''Italia centrale e settentrionale. E vi erano anche però i primi nobili interessati a imprese commerciali. La terra dei loro sogni era in direzione opposta, oltre il Volturno, dove stavano i pingui mercati di Capua e di Napoli. Queste opposte tendenze cominciarono a incrinare il solido edificio del vecchio stato romano, schiacciato fra i ricordi dei tramontati fasti regi e le speranze in quell''Eldorado che era allora la Campania, e oltre ancora la Magna Grecia, la Sicilia e l''Oriente.
I rappresentanti dei contadini stringevano alleanze con la nobiltà etrusca e quelli dei commercianti con le aristocrazie ricche e colte delle città greche e osche. Etruria e Sabina aprivano la strada alla allora barbarica e fredda Pianura Padana. Il Mezzogiorno apriva invece la porta al Mediterraneo mite e civilizzato.
Dal 240 al 218 la politica estera romana era già guidata dai gruppi favorevoli all''espansione marittima. I generali e i gran signori dell''epoca avevano perso ormai ogni contatto con le plebi rustiche che più non intendevano rappresentare. Militarmente forte e sostenuta da grandi clientele l''aristocrazia imperialistica possedeva grandi proprietà, dimore fortificate in campagna e una nuova cultura (F. Cassola, I gruppi romani del III secolo a.C., Trieste 1962).
Se la fertile terra della Campania non era un merito dei Romani, come non lo era stata dei greci e degli oschi, il modo di lavorarla con molti schiavi si deve senz''altro a loro (A. Carandini, La villa romana e la piantagione schiavistica, in Storia di Roma, IV. Caratteri e morfologie, Torino 1989, p. 101 ss.). Nel 262 avevano preso Agrigento, dove fin dal V secolo arbusti e alberi da frutto erano coltivati da schiavi. Nel 256 avevano conosciuto per la prima volta le campagne di Cartagine, dove fin dal IV secolo le terre erano popolate da lussuosi edifici circondati da vigneti e oliveti intensivi (Diod. 11.25, 13.81, 20.8). Fra l''ultimo quarto del III secolo e il primo del seguente l''apprendistato in Magna Grecia, in Africa e nell''Egeo è completato e i Romani incominciano a importare in Italia il modello della piantagione schiavistica, forse proprio a partire dalla regione intorno a Napoli (bolli bilingue su anfore Dressel 1 in formazione). Il primo vino italico viene esportato in Spagna e Gallia. Contemporaneamente a queste prime manifatture schiavistiche rurali cominciano le prime manifatture schiavistiche urbane, quali quelle che producevano sempre a Napoli, la prima ceramica a vernice nera, fin da allora molto esportata. Contemporaneamente si cominciò a utilizzare il pulvis Puteolanus (la pozzolana) per costruire muri non più in blocchi ma in opera cementizia, una tecnica che consentirà grandiose costruzioni (verrà superata solo dal cemento armato, oltre duemila anni dopo).
Nel 199 a.C. Scipione Africano impone il controllo dello stato sui tributi relativi ai mercati di Capua e Pozzuoli, prima percepiti dalle autorità locali. La loro riscossione venne appaltata ai publicani, molti dei quali erano liberti o figli di liberti (Cassola, op. cit, p. 389). Fra le tante differenze che esistono fra la schiavitù greca e quella romana vi è anche questa, che gli schiavi potevano essere liberati, rendersi indipendenti dal patrono e fare una loro fortuna. Scipione riconosceva ufficialmente in tal modo la ripresa del commercio campano e il coinvolgimento in esso delle nobiltà municipali e libertine sotto lo stretto controllo di Roma.
Mentre Catone scrive il suo De agri cultura, le anfore di vino italico superano in numero quelle di Marsiglia nell''oppidum di Nages presso Nimes (dal 175 a.C.). Nel 146 Corinto e Cartagine vengono distrutte e tutto il sapere agronomico e artigianale ellenistico e punico è ormai posseduto dai Romani. L''Italia è il centro economico del Mediterraneo. Se gli officia si ottenevano a Roma i negotia si realizzavano a Pozzuoli. L''impero romano in formazione aveva dunque due cuori.
Fino dall''età arcaica il grano campano era giunto saltuariamente a Roma seguendo le incerte vicende delle carestie e dei buoni raccolti. Ma con i sussidi frumentari delle province di Sicilia, Sardegna e Africa il commercio granario si fece regolare. Esistevano sulla costa tirrenica porti fluviali, come a Ostia e al Volturno, e lagune costiere usate come porti, come a Cosa e a Cuma, ma i veri porti si trovavano solo nei golfi di Napoli e Pozzuoli. Napoli era una città isolata dal retroterra mentre Pozzuoli era collegata al retroterra campano. Per questo Pozzuoli e non Napoli divenne il porto principale della Campania e di Roma. I trasporti marittimi fra Pozzuoli e Roma erano garantiti mediante appalti pubblici e il libero mercato. Erano sorte improvvisamente grandi possibilità di guadagno. Al tempo di Augusto le colonie di Cuma e di Pozzuoli assumono un nuovo volto, come tutte le città d''Italia, ma quella che fra tutte più assomiglia a Roma, a una Roma sul mare, è proprio Pozzuoli, col suo grande emporio cui corrisponde quello tiberino della Capitale. Duecentomila cittadini romani ricevono ora gratuitamente cinque modii di grano al mese (un modius equivale a kg. 6,503), per un totale annuo di 40.000 tonnellate, metà delle quali provenienti dalla Sicilia. Ma il fabbisogno complessivo dell''Urbe si aggira intorno alle 200.000 tonnellate annue. Con l''annessione dell''Egitto da parte di Augusto 150.000 tonnellate di grano delle rive del Nilo cominciano ad arrivare a Pozzuoli che ingrandisce in tal modo il suo giro di affari. Dovevano attraccare al suo porto circa 400 navi e il viaggio durava allora una decina di giorni.
Tutta questa prosperità era merito del princeps:
mentre Augusto navigava nella baia di Pozzuoli, i passeggeri e marinai di una nave alessandrina alla rada vennero a salutarlo vestiti di bianco e con corone di fiori. Bruciarono davanti a lui incenso e lo colmarono di lodi e voti per la sua felicità, gridando che a lui dovevano la libertà di navigare e tutti i loro beni (Suet. Aug. 98.2).
L''impero è ormai un grande mondo pacificato e disciplinato, dove le cose scambiate si moltiplicano raggiungendo livelli mai prima conosciuti (Plin. NH, 14.2 ss.).
Ben presto le navi alessandrine si organizzano in un unico convoglio il cui ingresso a Pozzuoli nel 64 d.C. è descritto da Seneca: > (il molo del porto era lungo m. 372 e largo 15). Ma mentre i puteolani applaudivano la flotta alessandrina circolavano già i primi coni monetali con l''effige del nuovo porto ostiense di Claudio. Che Ostia potesse organizzarsi autonomamente come porto principale di Roma?
Dall''8 d.C. risiede a Roma il primo prefetto dell''annona di rango equestre C. Turranius, oriundo dalla Baetica (Spagna meridionale) e sommo esperto di granaglie, che servirà Augusto, Tiberio, Caligola e Claudio. Molte delle attrezzature portuali saranno dovute, dopo i grandiosi lavori di Agrippa, a questo personaggio, che è anche la fonte della Naturalis Historia di Plinio per quanto riguarda grani, farine, loro pesi e prezzi. Magazzini, mercati e loro uffici a Pozzuoli, Ostia e a Roma vengono così a costituire una sorta di spontaneo e gigantesco museo di ogni cosa provenienti da ogni dove, anche da oltre i limiti dell''Impero (A. Carandini, Schiavi in Italia, Roma 1988, p. 356 ss.).
Ma la fortuna di Pozzuoli non è dovuta solo all''enorme mercato granario romano, di cui non si conosce l''uguale fino al XIX secolo. E'' anche la maggiore città della Campania, dopo il declino di Capua, strettamente collegata agli altri centri della regione (Pompei, Neapolis, Cuma e Capua), alle altre città della Penisola e ai maggiori porti del Mediterraneo orientale, a partire da quello di Delo (166-66 a.C.), da cui giungevano masse di schiavi. Pozzuoli stessa era considerata una Delo minore (Lucilio, fr. 123 Marx), una Delo del Mediterraneo occidentale (M.W. Frederiksen, >, in Puteoli, 4-5, 1980-1981, p. 5 s.; Id., Campania, Roma 1984).
Né ha ormai più senso considerare Pozzuoli se non come un complesso di città e villaggi strettamente interrelati fra loro da strade e da gallerie, come quelle fra Napoli e Pozzuoli, fra Posillipo e Pozzuoli, fra Lucrino e Averno, fra Averno e Cuma, fra Cuma e il suo porto, il cui architetto principale fu quel L. Cocceio che aveva anche edificato il Capitolium di Pozzuoli. Il porto di Napoli era vicino a quello di Pozzuoli e questo si collegava con quello Giulio costituito da due bacini vicini al porto di Miseno, che aveva anch''esso due bacini collegati, come anche il porto di Cartagine.
Dopo una breve stagione al lago d''Averno, è a Miseno che viene a stabilirsi il porto militare a controllo del Mediterraneo occidentale e dell''Africa settentrionale. Fra le due legioni marinare di Miseno e di Ravenna (l''altro porto militare), le coorti di Roma e le quattro legioni operanti su terra, l''Italia era militarmente controllata da quasi cinquantamila armati (V.A. Sirago, >, in Puteoli, 7-8, 1983-1984, p. 23 ss.). L''età in cui Virgilio costruisce il mito e la poesia del lago d''Averno è anche quella ingegneristica in cui le sue rive vengono disboscate e migliaia di schiavi trasformano il lago infernale nel portus Julius.
Sulla scia delle imprese faraoniche di Cesare Nerone aveva cominciato a costruire anche un canale di navigazione che doveva collegare l''Averno con il Tevere lungo una distanza di circa 200 chilometri, architetti gli stessi Severo e Celere che avevano eretto la reggia romana della Domus Aurea. Una impresa mai portata a termine, degna di una grande dispotia asiatica, che ricorda i grandi canali cinesi per il trasporto dei cereali (Chi Ch''ao-Ting, Le zone economiche chiave nella storia della Cina, Torino 1972), e mostra quanto impellente fosse il bisogno di collegare Pozzuoli con Roma in una sorta di unico sistema metropolitano centro della zona economica chiave dello schiavismo romano: l''Italia centrale tirrenica, la suburbana regio Italiae (per la costruzione della via Domitiana, si veda Stazio 4.3 11 ss.).
La decadenza di Pozzuoli comincia a partire dall''età severiana. Quale che sia la rinascita nel IV secolo, la città non tornerà più a essere ciò che era stata nel suo periodo migliore (J.H. D''Arms, >, in JRS, 64, 1979, p. 104 e ss.). Il maggiore porto annonario di Roma dalla fine del II secolo è ormai Porto, con il bacino interno allestito da Traiano (O. Testaguzza, Portus, Roma 1970, fig. 154). Dopo l''età severiana non si osservano più consistenti attività edilizie a Pozzuoli (P. Sommella, Forma e urbanistica di Pozzuoli romana, Pozzuoli 1978, fig. 104). La crisi della fine del secondo secolo non può spiegarsi solo con la perdita di parte del commercio annonario romano o con questioni di carattere locale o regionale. La decadenza economica riguarda infatti tutta la Penisola, che dovrà attendere il Medioevo per ritornare a essere economicamente al centro del mondo.
Con la pace augustea erano crollate le barriere che avevano chiuso il mercato all''offerta per riservarlo tutto all''Italia e si era aperta l''epoca della concorrenza fra l''Italia e le rampanti province occidentali. Più sorgenti di offerta concorrono ormai a saturare la domanda e l''Italia soccombe produttivamente di fronte alle sue rivali soggette. La crisi dell''aristocrazia romana e italica, del suo potere quasi monopolistico e quindi del suo particolare schiavismo comporta una serie di spostamenti in altre parti dell''Impero della >.
Ma torniamo indietro nel tempo e spostiamoci nelle campagne Campane dove alla fine del II secolo a.C. le piantagioni avevano raggiunto la loro perfezione. Il tipo della villa perfecta descritta da Varrone (140-25 a.C.) è ormai conosciuto piuttosto bene anche dal punto di vista monumentale, contrariamente a quello precedente descritto da Catone. Il suo segreto economico sta nella capacità di combinare il lavoro di quei robot con computer incorporato che costituivano le macchine più perfezionate del tempo, forse gli strumenti più raffinati mai inventati dall''uomo: gli schiavi.
Le ville, che erano i centri delle piantagioni, si estendono col tempo dalle campagne alle coste, adattano sempre meglio le loro architetture ai promontori rocciosi e si autonomizzano sempre più dall''agricoltura e dal normale allevamento (pastio agrestis) inaugurando un nuovo genere di produzione specializzata (pastio villatica). Consisteva nell''allevamento di volatili da cortile (negli aviaria), di animali selvatici (nei leporaria) e di molluschi e pesci (nelle piscinae). Un aviario poteva rendere 60.000 sesterzi (due volte quanto un fondo di 200 iugeri) e un allevamento di pesci fino a 100.000 sesterzi. Ai piaceri del riposo in villa, dei bagni al calore dei vapori naturali e degli amori si erano ormai aggiunti anche quelli della mensa. Era sorto un grande mercato dei cibi di lusso, che aveva le sue centrali nei macella di Roma e di Pozzuoli.
Il primo inventore della pastio villatica marittima fu un personaggio dal nome allusivo di Orata (145-75 a.C.). Allevava ostriche su tegole nel Lago Lucrino (Plin., NH., 9.168; M. Pagano, >, in Puteoli, 7-8, 1983-84, p. 113 ss.). Lo stesso piscicultore inventò anche le camere d''aria calda intorno alle stanze dei bagni, di cui dotava le ville che subito dopo rivendeva. Era un importatore dall''oriente ellenistico di tecniche della bella vita e i laterizi dovevano svolgere una funzione importante nei suoi affari edilizi e culinari (tegole per le ostriche, mattoncini per le suspensure termali). Bagni e cene erano strettamente collegati, perché i primi producevano un sudore artificiale, in assenza ormai di quello naturale prodotto dal lavoro nei campi, il quale sviluppava la fame e facilitava in seguito la digestione necessarie alle seconde.
Petronio ci fa assistere a una cena nella casa di un liberto puteolano, Trimalcione, e ai bagni che la precedono e la seguono. Aveva ereditato alla morte del patronus che l''aveva liberato un patrimonio di rango senatorio. Gli viene voglia di darsi ai traffici, anche per smerciare i prodotti dei fondi. Con parte dell''eredità dota le sue campagne di uno strumentario essenziale: cinque navi, che carica del suo vino destinandolo a Roma. Ma le navi affondano e la perdita è di 30.000 sesterzi. Non si scoraggia e ne fa costruire altre, più grandi ancora, smobilitando qualche fondo e i gioielli della moglie. Carica le imbarcazioni di vino, lardo, fave, profumi e schiavi. Con un solo viaggio entrano nella cassa 10.000 sesterzi ed egli può così riacquistare i fondi appena venduti. La sua attività economica si fa sempre più importante e Trimalcione si costruisce una casa. L''azienda cresce ulteriormente a dismisura e l''affarista da commerciante si fa prestatore a usura, servendosi di suoi liberti. La casa diviene allora una reggia con triclini, portici e camere da ospiti (U.H. D''Arms, Commerce and Social Standing in Ancient Rome, Cambridge 1981, con saggio sul tipo sociale di Trimalcione).
Possiamo cercare di immaginare la sua organizzazione commerciale che dalle attività agricole si era allargata progressivamente a quelle mercantili e da queste a quelle del prestito, coprendo in tal modo tutti i campi dell''economia del tempo. Strumenti della sua impresa saranno stati gli schiavi-manager, un''altra invenzione tipicamente romana. Sotto Trimalcione, il patrono, possiamo immaginare un liberto, alle cui dipendenze poteva stare uno schiavo superpreposto o uno ordinario con peculio, dal quale dipendevano probabilmente i servi vicari, che potevano avere anch''essi il loro peculio, attivi in quanto vilici per l''agricoltura, in quanto magistri navium per il commercio transmarino e in quanto institores per la mercatura, la redemputura e la faeneratio, che è appunto il prestito a usura, l''ultimo genere di attività sperimentato da Trimalcione. Nel caso si fossero usati i servi con peculio l''attività imprenditoriale era a responsabilità limitata (si vedano gli importanti studi di A. Di Porto e i suoi schemi di organizzazione imprenditoriale in A. Carandini, Schiavi in Italia, cit., p. 269 ss.). L''organizzazione di Trimalcione era pertanto fra le più complesse immaginabili per il mondo romano, dove le più diverse attività commerciali e speculative erano strettamente intrecciate con l''agricoltura. E questo un grado di capitalismo commerciale che non ha molto da invidiare a tante imprese di età moderna.
Ma entriamo con gli altri ospiti nella casa puteolana di Trimalcione. Nel vestibolo sta un portiere che sbuccia piselli e guarda la cassa del denaro. Pende sulla soglia una gabbia aurea con una gazza che saluta gli invitati a cena. Nell''atrio colonnato è dipinto un cane da guardia, un mercato di schiavi e Trimalcione che impara a far di conto sotto il segno di Mercurio, Fortuna e le Parche. In un armadio si intravedono i Lari di argento, una Venere marmorea e una pisside racchiudente la prima barba del padrone di casa. Il servo dell''atrio illustra altre pitture alle pareti, con scene dell''Iliade, dell''Odissea e anche di un combattimento gladiatorio. Davanti al triclinio dove si svolgerà la cena un amministratore sta contando dell''oro. Gli stipiti della sala sono ornati da prore di navi (alludenti ai > sul mare), mentre sui battenti della porta figurano il calendario e gli impegni del dominus. Mentre gli ospiti si sdraiano sui letti tricliniari servi alessandrini cantano, lavano le mani e curano le unghie. Appare un asinello d''argento con sporte piene di olive bianche e nere con su certe alzatine salsicce e ghiri al miele (i ghiri potevano allevarsi in casa entro speciali orci o gliraria). A suon di musica viene portato nella sala Trimalcione che non esita a scegliere il posto di onore. La testa è rasata, non la toga indossa ma un pallio scarlatto e mostra al dito un anellone dorato (alludente ai ranghi che per la sua condizione libertina gli erano interdetti per legge: il cavalierato e l''appartenenza al consiglio municipale). Ai bracci figurano una armilla e un cerchio eburneo.
Si stuzzica i denti con una piuma di argento e finisce una partita cominciata nel suo appartamento: le pedine sono monete d''oro e di argento. Suona la musica e in una cesta con gallina di legno i servi prendono uova che sembrano di pavone e che invece si rivelano essere di pasta di farina con dentro piccoli volatili. Finiti questi antipasti è tempo di spazzare in terra e un piatto argenteo finisce fra le immondizie. Viene distribuito vino, anche per pulire le mani.
Arrivano quindi anfore di cristallo con un Falerno centenario e viene mostrato uno scheletro di argento, ma questo ricordo dpinte nell''atrio) subito svanisce di fronte a un vassoio con intorno i dodici segni dello zodiaco sopra ciascuno dei quali stanno cibi appropriati: testicoli sui Gemelli, triglie sui Pesci e una vulva di troia sulla Vergine. Al centro, alludente al Sole, un favo di miele. In un fornello d''argento arriva in tempo il pane tostato e poi ancora uccelli ripieni, tette di scrofa, lepre e pesci nuotanti in un lago di salsa.
Sopraggiunge Fortunata, la padrona di casa, ed è il momento di esibire a parole la fortuna della casata. Vengono quindi presentati gli invitati alla cena che sono altrettanti liberti: uno appena liberato che ha già un patrimonio pari a 800.000 sesterzi, un altro che aveva una sostanza da un milione e che tutti già li aveva persi. Si organizza una caccia. Si coprono i letti di pelli con scene cinegetiche e fra i guaitl dei cani sopraggiunge una cinghialessa, con ai seni i piccoli di pasta frolla, dal cui fianco, prontamente aperto, si librano frotte di tordi che gli uccellatori non tarderanno a prendere. Uno schiavetto truccato da Dioniso porta l''uva e il padrone già più non regge e si ritira in un gabinetto retrostante, consentendo così una più libera conversazione ai commensali, chiusa poi al suo ritorno dalla affermazione: >. Intanto Trimalcione confessa il suo sogno: possedere tanta terra da poter raggiungere l''Africa viaggiando sempre sul suo. Si accenna anche alla libreria greca e latina, ma la casa non è certo una accademia platonica e l''attenzione di tutti si concentra su un maiale da cui fuoriescono cotechini e la conversazione si rivolge alle stoviglie di bronzo, vetro e argento. Segue un interludio di acrobati e commedianti.
La comitiva deglutisce vitello, galline disossate e uova di papera mentre discetta di streghe e lupi mannari. La padrona di casa e una amica si accarezzano indecentemente esibendo anche i loro gioielli. Poi scorrono le lacrime mentre Trimalcione legge il testamento e illustra il progetto del suo monumento funebre, dove dovranno figurare navi a gonfie vele lui stesso che distribuisce denaro alla plebe, Fortunata con colomba e cagnolino e anfore vinarie ben suggellate. L''epitaffio dovrà concludersi con le parole: >.
Conclusa la cena la comitiva si sposta a digerire nella terma domestica. Trimalcione è tentato da un giovane schiavo ch''egli bacia (da giovane aveva soddisfatto le voglie della padrona e del padrone). Scoppia per questo un litigio con Fortunata e Trimalcione minaccia di farla scomparire dal progetto di rilievo funerario (chi dovrà erigere il monumento è fra gli invitati). E il momento per il padrone di casa di ricordare la sua carriera e ancora una volta la sua ricchezza.
Tutti tornano infine nel triclinio e qui Trimalcione recita l''ultima commedia di quella notte: indossa il suo abito da morto, si sdraia e si fa compiangere al suono di una marcia funebre. A tanto strepito sopraggiungono i vigili (Pozzuoli ne era dotata, come Roma) che sfondano la porta di casa presumendo un incendio. Finisce così quella parata di ricchezza e di morte.
Se questa era la vita di un ricco liberto di Pozzuoli nel I secolo d.C., diversa doveva essere la vita nelle ville dei grandi signori e politici disposte sul mare durante il precedente secolo. Molti ne possedevano diverse e si divertivano a peregrinare da una all''altra. Oltre a quella vicino Pompei, Cicerone ne aveva altre due nei Campi Flegrei: il Cumanum e il Puteolanum. Erano luoghi di lusso raffinato e di cultura, di vita pratica e filosofica, di negozio e di ozio. I luoghi erano straordinariamente ameni e intensa la vita sociale. Fra il 75 e il 35 a.C. si conoscono quasi una cinquantina di personaggi che avevano una villa nella baia di Napoli e di Cicerone riusciamo a seguire l''esistenza in ogni dettaglio, grazie alla sua corrispondenza miracolosamente conservata. Purtroppo è difficile, anche per mancanza di scavi, associare le notizie delle fonti con singoli monumenti. E per esempio estremamente tentante, dopo le recenti analisi, intravedere nel palinsesto dei muri nel parco archeologico di Baia la parte inferiore della villa di Cesare, dovendosi il corpo centrale, quasi un praetorium, trovare sul monte che dominava il villaggio di vacanze e il suo lago. Altre possibilità di identificazione si potrebbero avanzare, sempre nella regio Baiana, per le ville di Mario e di Pompeo.
Ma ciò che qui più interessa è il modo di frequentare queste case. Nobili e uomini nuovi della politica migravano dai chiassosi e angusti quartieri della capitale verso i Campi Flegrei nel periodo in cui venivano sospese le sedute del senato, fra aprile e maggio, per poi ritornarvi magari anche in autunno. Lì si traducevano in realtà i sogni architettonici più proibiti, i rivestimenti più ricercati, le fantasie culturali più stravaganti e ogni possibile piacere del corpo. Desiderate erano le visite in villa di amici e di personaggi influenti. Pompeo, ad esempio, è al Cumano di Cicerone nell''aprile del 53. Ma tante erano le ville e i proprietari che a volte pareva di essere ritornati nel fitto delle costruzioni e nel rumore della Capitale. Prima di arrivare alla villa bisognava avvertire l''amministratore o il fattore per poter trovare il bagno caldo in funzione. Cominciavano l''indomani i saluti dei clienti, le cene che occupavano anche tutta la notte, le passeggiate in lettiga attorniati da portatori di bell''aspetto e i festini in barca nei pittoreschi laghi portuali.
Vi erano anche gli onesti piaceri intellettuali, che si svolgevano nei ginnasi, nelle biblioteche e nelle pinacoteche di cui le ville erano generalmente dotate. Il ginnasio del Cumano di Cicerone aveva come modello l''Accademia platonica. Qui egli scrisse il De re publica e gli Academica, disponendo forse di una biblioteca platonica. A una biblioteca aristotelica poteva anche ricorrere nella vicina villa del figlio di Silla, che era stata di Apellicone e che il dittatore aveva rapinato ad Atene nell''84 a.C. (M. Gigante, >, in Il destino della Sibilla, Napoli 1986, p. 65 ss.).
Gli aristocratici ospitavano spesso filosofi, che erano generalmente loro clienti greci. A Napoli vivevano il greco Stasea e l''alessandrino Dione, mentre a Cuma abitava il siriaco M. Pomponio Andronico, ma quest''ultimo senza patrono e quindi in miseria. Nella spettacolare villa subito fuori Ercolano con biblioteca e ginnasio, una sorta di > e di cui conosciamo papiri e statue, L. Calpurnio Pisone Cesonino, patrono della città, ospitava l''epicureo Filodemo di Gadara. Roma non era l''Atene classica, ma i ricchi romani non si arrendevano all''evidenza e la ricostruivano in miniatura nelle dimore private, fuori Roma (J.H. D''Arms, Romans on the Bay of Naples, Cambridge 1970).
Ma liberati dagli officia, negli interstizi dei loro otia, si riaffacciavano surrettiziamente i negotia. Era facile incontrare in un invito dell''alta società anche uomini di affari puteolani. Essi erano i terminali di una immensa rete di conoscenze, interessi e rapporti clientelari che investivano gran parte del Mediterraneo. Di questi affaristi Cicerone ne frequentava una decina, fra cui spiccava un certo Vestorio.
Era un banchiere e un conduttore di manifatture tanto pratico nei calcoli quanto incolto (gli rassomiglierà in questo Trimalcione), né si interessava in alcun modo alla politica. Quando la casa di Cicerone sul Palatino venne distrutta da Clodio e vennero saccheggiate le sue ville di Tuscolo e Formia, gli indennizzi statali non bastarono alle ricostruzioni e ai ripristini (due milioni di sesterzi per la casa palatina, 500.000 per il Tusculanum e 250.000 per il Formianum) e così nel 56 a.C. l''oratore si rivolse per un prestito a Vestorio, il quale col tempo divenne anche suo amico, tanto che lo vediamo presto ammesso a un invito cui era presente tutta Roma, nel Cumano. Vestorio aiutò Cicerone nell''acquisizione di alcune ville, fra cui il Puteolanum ereditato da Cluvio, altro banchiere e affarista puteolano, dove egli scrisse il De Officis. Vestorio sapeva valutare gli immobili e sbrogliare ogni questione legale, suggerire valorizzazioni e realizzare restauri. Aveva anche introdotto da Alessandria a Pozzuoli, quindi a Roma e in Italia, un colore azzurro chiamato Ceruleum Vestorianum e ne aveva fatto una fabbrica. Il colore si vendeva in pani e alcuni di questi sono stati rinvenuti a Pompei e nel relitto di una nave affondata. Per capire l''importanza del personaggio basti dire che una delle sette regioni di Pozzuoli (anche Roma era divisa in regioni, ma ne aveva il doppio) portava il suo nome (V.A. Sirago, >, in Puteoli, 1, 1979, p. 3 ss.).
Con la crisi della repubblica e soprattutto con gli imperatori giulio-claudi la società che aveva gravitato intorno all''aristocrazia romana si dissolve, si esaurisce e viene eliminata. Succede una nuova aristocrazia cosmopolita, legata alle province di provenienza, che ben poco ha a che fare con quella che aveva inventato l''impero, l''economia schiavistica della piantagione e le ville marittime baiane. Gran parte di queste ultime finirono gradualmente nella proprietà imperiale, come la villa chiamata > o Pausilypon di Vedio Pollione, ereditata da Augusto nel 15 a.C.: nove ettari di edifici con teatro per duemila persone, un odeon, una terma e un porto, o come il Puteolanum di Cicerone, dove verrà sepolto l''imperatore Adriano. La proprietà imperiale si estenderà dalla periferia di Pozzuoli fino a Baia, con nuclei in decadimento e abbandono e altri invece ristrutturati a formare il Palatium, un Palatino con domus imperiale spostato dal Tevere al mare flegreo (F. Zevi, >, in I Campi Flegrei, Napoli 1987).
Quell''Alessandria di tutti i vizi che era diventata Baia, con gli splendidi edifici in cui nascondersi, con i soffitti d''oro, con gli eleganti seguiti di schiavi, con le ostriche, le triglie, i cinghiali e le lingue di fenicottero e i bagni caldi, le sfilate di adultere, gli ubriachi vaganti sulle spiagge, i laghi risuonanti di canti, le rose galleggianti a pelo d''acqua e i banchetti notturni su barche variopinte - sono immagini tratte dalle lettere di Seneca a Lucilio - è pur stata una delle necessità della società romana e della corte imperiale insieme a quelle dell''arte, del sapere e dell''economia.
Ma anche l''affrancamento da quei lussi e vizi senza freno e il bisogno di semplicità e moralità - > - era una necessità di quel mondo, impersonata da Seneca, senza la quale non potremmo riconoscerlo anche come nostro. C''era stato un tempo fatto di uomini onesti e degni. Esisteva una Italia che non era Baia, come la povera Literno, dove si era ritirato Scipione e dove Seneca era andato a meditare e a scrivere a Lucilio:
Ho visto la villa di Scipione costruita in pietre squadrate, un muro elevato attorno al bosco e anche torri erette ai due lati per difesa, una cisterna sottostante i fabbricati e i giardini, che potrebbe bastare anche a un esercito, un povero piccolo bagno avvolto nell''oscurità secondo l''antico uso... Per cui si è insinuato in me un senso di ammirazione... In quest''angolo il > lavava il corpo, affaticato dai lavori dei campi... Egli ha vissuto sotto questo tetto così rozzo, lui questo pavimento così comune ha calpestato. Ma ora chi sopporterebbe di bagnarsi in queste condizioni? Ognuno considera povero e abbietto se le pareti non brillano di grandi e preziosi dischi a specchio, se i marmi alessandrini non sono variamente ornati di mosaici numidici, se non li abbellisce da ogni parte una applicazione di vernice ad arte lavorata in vari colori imitanti la pittura, se il soffitto non sparisce sotto i cristalli, se in pietra di Taso non ha chiuso attorno le piscine, se l''acqua non scroscia da rubinetti d''argento. E parlo fin''ora di condotte d''acqua plebee. Cosa succederebbe se arrivassi ai bagni dei liberti... In questo bagno di Scipione vi sono minime fessure..., ma ora si chiamano antri per insetti amanti del buio la camere da bagno che non sono predisposte così da ricevere tutto il giorno il sole attraverso amplissime finestre, se non vi è la possibilità di lavarsi e insieme abbronzarsi, se dalla vasca la vista non si apre sui campi e sui mari (traduzione di N. Carandini, Incontro con Seneca. Lettere morali di L Anneo Seneca a Lucilio, Padova 1971, p. 280 ss.).
Ma era stato proprio Scipione ad aprire l''epoca che aveva fatto di Roma e Pozzuoli i centri principali del Mediterraneo e dell''Europa e di cui il lusso (luxuria) non era stato che una conseguenza.
I giganti che gli antichi credevano imprigionati sotto i Campi Flegrei avevano ricominciato ad agitarsi nel Medioevo e nell''età moderna. Gran parte di quelle meraviglie architettoniche che neppure Roma aveva conosciuto sono sprofondate in mare o sotto nuove montagne sorte d''un tratto. Ma la bellezza delle rovine e della natura rimase ancora intatta per secoli e ha incantato i viaggiatori, finché le forze infernali del nostro secolo (della nostra generazione) non hanno ricoperto il golfo più bello della Penisola con una colata di cementi e di ferri. Rimangono ancora angoli bellissimi, spesso mal conosciuti, da visitare e da salvare. Ma quanta parte di quel paesaggio è ormai irrimediabilmente degradato e forse perduto.
A. CARANDINI
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