 | Gladiatori e tiranni alle origini di Roma Antica |
Hadrianus scrive "
Mary Falco scrive........
(tratto dal testo dell'autrice pubblicato su http://www.daltramontoallalba.it/civilta/etruschi4.htm)
Naturalmente l'etica riposava sulla più
assoluta stabilità sociale. Ogni
deviazione era punita, ogni merito premiato. La figura del
ribelle era
semplicemente inconcepibile. Società guerriera, che
s'affaccia alla storia
con la scomoda eredità del sacrificio umano, "inventa",
per mitigarla, la
figura del gladiatore. Il prigioniero di guerra che avesse
dimostrato la
propria forza guadagnava la libertà. È un po'
l'anticipazione del "giudizio
di Dio" medioevale e barbarico, ma anche un compromesso
fra i giochi
dell'Antica Grecia, aperti solo agli uomini liberi e lo
spettacolo circense
che farà impazzire la plebe romana. Effettivamente tutta
la civiltà etrusca
può identificarsi come un gigantesco sforzo per adattare i
modi e le virtù
guerriere alla realtà della vita urbana. In questo periodo
ogni città è
anche uno stato e nonostante le numerose leghe, tra cui la
famosa "dodecapoli" di cui gli archeologi non son riusciti a realizzare
l'esatta
composizione, si tratta sempre di stati indipendenti e
spesso in lotta fra
loro: qualsiasi autonomia dei territori circostanti,
borghi, villaggi, era
cancellata, anche con la forza se necessario. L'abbondanza
di documentazione
relativa alla "polis" di Tarquinia consente di tracciare
per questa città
un'ipotesi di cursus honorum politico. La carica più bassa
era quella di
"marunuch" che ha lasciato una traccia nel "munus" umbro.
Si tratta d'una
magistratura collegiale con un'ampia gamma di competenze.
Il termine quando
compare al singolare, è sempre specificato da
un'attribuzione, che ne spiega
il tipo di responsabilità in ambito edilizio o religioso;
la sacralità degli
spazi pubblici determinava, infatti, un vero e proprio
intreccio di
responsabilità. Derivano da questa figura i "quaestor" e
gli "aedilis"
romani. Una carica superiore è quella del "cepen"
sacerdote. Poi c'è il
"purth" carica ampiamente documentata a Tarquinia, ma
presente anche a
Volsini ed a Chiusi, senza dubbio indicante una posizione
abbastanza
elevata. Qualcuno fa derivare da questa carica anche il
nome proprio di
Porsenna. Lo stesso dicasi di "macstrevc" che ha una
trasparente connessione
col nome etrusco di re Servo Tullio: Mastarna, ma si
ricollega anche con la
successiva carica romana di "magister populi". La
magistratura somma infine
è collegata col termine del tutto oscuro di "zilath", una
specie di pretore.
Normalmente tutte queste cariche erano elettive, ma
esisteva il rischio
reale di un colpo di stato, che imponesse un tiranno. È
l'incubo di tutte le
città stato del Mediterraneo. Particolarmente indicativo è
il fatto che dal
termine di Tiranno=signore assoluto, deriva il nome da Turan,
associata alla
figura d'Afrodite, dea dell'amore, ma forse non carnale.
S'è visto che in
Occidente la prostituzione sacra è appannaggio di Uni.
Turan è più simile ad
una dea dell'oltretomba, la guida dell'anima in un'altra
dimensione e come
tale è spesso rappresentata con le ali. A Marsiliana
d'Albenga è stata
trovata una statuetta un tempo dorata rappresentante una
donna nuda, che
evoca tipologicamente la dea delle Acque di Mari o più
comunemente
l'Afrodite
Anadiomene, sorgente dal caos ed
orientata verso il cielo, con
tirannica determinazione per chi le si affida,
indifferente alla sorte degli
altri. E col termine di tiranno ecco evocato un famoso
spettro etrusco:
Tarquinio il Superbo, mago e negromante, che la città
indignata ebbe il
coraggio di cacciare solo dopo lo stupro della virtuosa
Lucrezia, suicida
per la vergogna. È andata davvero così?
Mariangela Cerrino
(Rasna, la
saga
del popolo etrusco. -
Milano : Longanesi, 1998) nella sua ricostruzione
romanzesca, ma attenta alle fonti storiche, suggerisce il
contrario. Un
trabocchetto, un'astuta trama creata ad arte per eliminare
una figura
scomoda. Anche volendo prestar fede alla tradizione pare
un po' incredibile
questa guerra, scoppiata per vendicar l'onore d'una donna,
quasi modellata
sul mito di Troia... in ogni caso le fonti annalistiche
concordano nel far
coincidere la cacciata di Tarquinio il Superbo con
l'ascesa di Roma e
l'inevitabile tramonto della potenza etrusca, tanto che,
nel tempo, i
contorni della civiltà toscana si fan sempre più diafani e
pare che l'unico
suo merito sia stato quello di anticipare un poco le
glorie della grande
repubblica. In realtà l'antagonista dell'Etruria non è
Roma, ma Marsiglia,
anzi Massalia come si diceva allora. Con la sua fondazione
ad opera dei
Focesi, nel 600 a. C. cui seguì quella di Velia in
Lucania, cessa per sempre
la tassalocrazia etrusco-cartagginese, consacrata da
trecento anni di
imprese comuni. Marsiglia introduce in Gallia i prodotti
etruschi ed il
tesoro di Vix ne è pieno, ma non sempre sono frutto di
regolari transazioni
economiche. I Focesi tempestano i porti toscani e punici
di brevi ed
efficaci azioni di pirateria, rubando tutto ciò che
riescono a trovare. Si
mette a punto un sistema di porti fortificati chiamati
"cintura d'Ercole"
dal nome dell'eroe ormai naturalizzato, e s'intrecciano
relazioni complesse
con la Magna Grecia e Cartagine, ma non basta. Gli
Etruschi ripiegano
sull'entroterra, dove fondano nuove città, come Melpum,
forse l'antica
Milano, estendendo la propria supremazia alla Val Padana,
in Corsica e nel
sud, dove fondano Capua. In principio anche Roma fa parte
di questo
programma di "ritorno alla terra" o colonizzazione
intensiva: la riva destra
del Tevere, ricca di saline, è dominio etrusco da sempre
(tra le etimologie
proposte Tevere potrebbe significare "tuscus amnis = fiume
etrusco") e dalla
tribù Romilia, etrusca, viene il nome Romolo, come pure il
culto del lupo,
sacro a Marte. Con Tarquinio Prisco, figlio di un ricco
commerciante di
Corinto e sposo di una nobildonna versata nelle arti
sacre, la civiltà
etrusca penetra nella città più importante della lega
latina, fatta ancora
di capanne dai tetti di stuoie. Il termine stesso di città
è improprio:
sette colli si contendono il privilegio d'essere
l'acropoli sacra, mentre la
vita vera, sui porti del Tevere, è continuamente
minacciata dalle rovinose
piene del fiume, la foce è infestata da paludi. Per
trasformarla in una vera
città non bastano le arti sacre! La crescita civica di
Roma non è ne' rapida
ne' uniformemente accetta, ma procede quasi inarrestabile.
S'importa mano
d'opera etrusca e s'impiega un piccolo esercito di forzati
per costruire
templi, mura, case. S'introduce la scrittura, con un
alfabeto ricavato dalle
maiuscole greche e la simbologia regale. D'ora in poi il
sovrano nell'esercizio delle sue funzioni incarna e rappresenta al
popolo questa
divinità: siede su un trono d'avorio, veste una toga di
porpora "picta" cioè
ricamata a stelle d'oro, secondo la sapiente arte tessile
domestica, mentre
oro massiccio è quello della corona, lo scettro, sempre in
avorio, è
sormontato da un'aquila, che poi diventerà anche il
simbolo delle legioni.
Il suo "imperium" è rappresentato dai 12 littori armati
d'ascia, perché il
governo regale sospende qualsiasi forma di vendetta
privata. Il discusso
concetto di re sacro, che metterà tanto in crisi i
repubblicani, è da
ricollegarsi alla figura di Giove-Tinia, cui il re era
profondamente devoto,
tanto che in una guerra contro i Sabini fece voto
d'erigergli un tempio sul
Campidoglio, ma morì prima di poterlo realizzare. Gran
parte della sacralità
apparentemente richiesta per se' era per Tarquinio un
implicito omaggio al
dio di cui si riteneva portavoce. Quando venne a cadere
questo legame i
simboli regali parvero ai romani un lusso personale
inaccettabile.
D'altronde la città cresceva ed i suoi obbiettivi erano
sempre più lontani
dalle motivazioni religiose. Il successore di Tarquinio,
Servio Tullio,
Mastarna in etrusco, fa costruire una cerchia di mura: si
tratta di un
"agger" di terra alto più di sei metri e circondato d'un
fossato. A lui sono
attribuiti i principali ordinamenti civici e religiosi
della città,
l'organizzazione della cavalleria e della fanteria pesante
e gran parte del
calendario luni-solare, che la tradizione voleva introdotto dal mitico re
Numa. Etrusco è il mese d'aprile, le Idi, i Volturnalia,
celebrati il 27
agosto in onore dell'omonimo dio-fiume campano. Per sua
iniziativa è
edificata tutta l'area messa in luce alla vigilia
dell'ultima guerra dagli
scavi presso la chiesa di sant' Omobono, dove il re aveva
fatto costruire i
templi gemelli di Mater Matuta più nota come Aurora e la
dea Fortuna.
Finalmente Tarquinio il Superbo, nipote di Tarquinio
Prisco, decise di
terminare l'opera del nonno, realizzando il tempio
capitolino. Si tratta
d'un'opera di gran significato politico, perché
sostituisce una triade
etrusca alle tre divinità cittadine: lo stesso Giove,
infatti, era fino
allora affiancato, con eguale dignità, da Marte e da
Quirino, che tra
l'altro aveva assorbito la figura di Romolo. Ora tra Giove
e gli altri si
stabilirà invece una distanza anche fisica: il tempio di
Marte sarà
addirittura posto fuori delle mura, perché come le "piante
infelices" la sua
funzione difensiva e protettiva si esplica meglio in
faccia ai nemici, oltre
la città. Il Campidoglio invece rappresenta il luogo
ideale per fondare una
cittadella sacra e riportare le opposte fazioni ad un'idea
d'unità, la
realizzazione fisica del progetto tuttavia non era
un'impresa da poco, il
terreno roccioso e scosceso rappresentava una sfida alle
tecniche edilizie
degli stessi etruschi. Si narra che solo per il
livellamento del suolo e la
costruzione della piattaforma artificiale furono esauriti
tutti i fondi
destinati in origine all'intera costruzione. Ancora una
volta si ricorse
alla mano d'opera toscana, imponendo i lavori più pesanti
ad una plebe già
fortemente indisposta dalla necessità di prestar servizio
militare. Le
fondamenta scavate nel tufo e nella creta del colle
resistettero a numerosi
incendi e furono la base delle costruzioni successive,
sempre più ardite.
Chiuso a nord ed orientato a mezzogiorno, secondo l'uso
etrusco, s'ergeva
ancora su una struttura lignea, come i contemporanei
templi di Pirgi e di
Tarquinia ed ostentava un portico a colonne con frontone
ornato di statue di
terracotta dipinta. Il timpano era ancora liscio in età
arcaica, le statue
erano situate più in alto ed i tratti dei visi erano
fortemente marcati, per
essere visibili dalla strada, alla distanza di cinque o
sei metri: gran
parte della fissità del famoso sorriso ieratico etrusco
corrisponde in
realtà a questa necessità tecnica. Purtroppo il tempio
capitolino andò
distrutto, ma possiamo farcene un'idea confrontandolo con i
reperti coevi
d'altre città. Per esempio la dea Latona, col figlioletto
in braccio,
proveniente dal tempio d'Apollo di Veio. Quello romano,
dedicato al re degli
dei, doveva avere un aspetto ancora più imponente e recava
sul frontone
un'enorme quadriga, sempre in terracotta dipinta, che nel
III sec, a C. fu
sostituita da un modello in bronzo. I cavalli bianchi
erano una prerogativa
di Giove, re del cielo soprattutto diurno. Sotto al tempio
capitolino
tuttavia la città non cresceva secondo lo schema ordinato
previsto dagli
auguri etruschi. I latini erano pastori ancora seminomadi,
dato che le piene
del Tevere e l'insalubrità delle paludi rendeva spesso
necessari improvvisi
e rapidi spostamenti. Passato il primo momento di stupore
dovette farsi
strada un gran malcontento ed una profonda nostalgia per
le libertà tribali
che la Lega Latina pareva garantire, mentre i sovrani
etruschi ignoravano
addirittura. Probabilmente il tenore di vita della
famiglia reale, che
vestiva di porpora, parlava e scriveva in una lingua
sconosciuta, si cibava
di spezie orientali, passeggiava in cocchi guarniti
d'avorio e d'oro,
dovette parere offensivo ai più. L'odio che il Superbo
attirò su di se',
forse anche per la dispendiosa costruzione del tempio, fu
tale da costargli
il potere. Non solo dunque non inaugurò la sua opera, ma
non poté neppure
dedicare il tempio. Quest'onore toccò invece al console
Orazio, il 13
settembre 509 a.C. Cacciato Tarquinio il Superbo però Roma
non visse felice
e contenta, come pure certi annalisti cercarono di
raccontare. Ci fu la
lunga opposizione a Porsenna, re di Chiusi, pure etrusco,
che non riuscì a
governare Roma, ma tenne a lungo in scacco la popolazione,
le incursioni del
la pirateria focese, che infestava le coste, tanto che nel
509 a. C., se
prestiamo fede a Polibio (III, 24, 7), fu necessario
accettare un patto con
Cartagine che assomigliava quasi ad un atto di
vassallaggio, ma soprattutto
la lunga e costosa guerra con Veio per lo sfruttamento
delle saline, che
impegnò in particolare la famiglia dei Fabi, proprietari
di molte terre a
nord di Roma. Il conflitto durò dieci anni, dal 406 al 396
a. C. ed è
documentata da fonti romane ed etrusche. Siamo ormai in
epoca storica.
Mary Falco http://maryfalco.altervista.org/
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