 | Il problema delle origini: storia romana o storia degli italici? |
Anonymous scrive "Presentazione. Questo articolo tenta di rispondere a uno dei quesiti posti dalla rivista, ossia se si può parlare correttamente, oltre che di una storia di Roma, anche di una storia dei popoli italici.
Presentazione. Questo articolo tenta di rispondere a uno dei quesiti posti dalla rivista, ossia se si può parlare correttamente, oltre che di una storia di Roma, anche di una storia dei popoli italici.
Enzo Sardellaro, professore di lettere italiane e storia negli istituti superiori. Via I. Aguiari 7/A – Adria - Rovigo
Il problema delle “Origini”: storia “romana” o storia degli “Italici”? (e alcune notazioni storiografiche sui primi tempi della Repubblica) Il problema delle origini costituì una questione a lungo dibattuta dagli storici dell’antichità. A monte stava intanto la discussione circa la validità delle fonti. Ci si chiese: come potevano gli annalisti ricavare notizie sicure in assenza di fonti scritte? La risposta fu unanime: “non” si potevano avere dati certi, semplicemente perché le fonti su uomini e fatti erano dati solamente dalla tradizione orale, la quale, in sé è infida, insicura, poiché mischia realtà e leggenda, per cui non è davvero semplice sceverare con sicurezza il vero dal fantastico. Da questa generale considerazione ne derivarono conseguenze durevoli nella storiografia romana: la tradizione annalistica venne dichiarata dagli storici più autorevoli dell’antichità, dal Niebhur al Mommsen, inattendibile e portatrice solamente di leggende. Le cose però mutarono a poco a poco, soprattutto perché l’archeologia veniva via via confermando certi dati offerti dagli Annalisti, per cui si assistette a un mutamento di rotta fra gli storici e grazie alle conferme che arrivavano non solo dall’archeologia, ma anche dalla glottologia e dagli studi folclorici, si operò una sorta di inversione di tendenza. In genere gli studiosi del mondo antico, specialmente i tedeschi, che tra l’altro godevano di un prestigio assoluto negli studi delle antichità romane, tendevano a far letteralmente coincidere la storia romana con quella di tutti i popoli italici, i quali al contrario, svilupparono civiltà altrettanto significative di quella di Roma. Insomma, Roma non era l’Italia, e anzi gli italici, seppure alla fine assoggettati, resistettero con tutte le loro forze alla “romanizzazione”: e in questo senso è sufficiente pensare alle durissime guerre sannitiche, con cui i romani dovettero lungamente misurarsi. La consapevolezza che la storia di Roma, alle origini, non coincideva con quella dei numerosi popoli italici che popolavano l’antica Italia fu lenta ad affermarsi fra gli storici, soprattutto tedeschi. In Italia, al contrario, la questione fu posta già agli inizi dell’800 da Giuseppe Micali, il quale, in un libro dal titolo emblematico, “L’Italia avanti il dominio dei Romani” (1810), pose con forza il problema, riuscendo alla fine a essere molto convincente, per cui il dato essenziale che la “storia romana” era in fondo diversa dalla “storia italica” apriva la strada a ulteriori approfondimenti che convinsero della giustezza della tesi del Micali i più autorevoli esponenti del mondo accademico del tempo, dal Mommsen al Wilamowitz. Oggi più nessuno dubita del fatto che si debba parlare di due momenti distinti per l’Italia antica: un’Italia “preromana” e un’Italia “romanizzata”, che praticamente perse completamente le antiche proprie radici culturali locali, facendosi letteralmente assorbire dai romani . Sostanzialmente l’archeologia romana confermerebbe il dato tradizionale di derivazione annalistica, ponendo pertanto la fondazione dell’Urbe alla metà dell’VIII secolo a.C. La questione delle origini e della datazione della fondazione di Roma si lega strettamente alle etnie che abitarono quei luoghi, e che costituirono la sintesi di villanoviani crematori, dei quali tombe antichissime (X sec. A.C.) furono rinvenute lungo la Via Sacra, che si fusero con altri villanoviani inumatori provenienti dall’Italia centrale. Questi popoli pastori, stabilendo le loro capanne sul Palatino, dettero il via alla prima formazione della Roma antichissima, più nota come “Roma quadrata”. Interessanti anche le notazioni sulle origini del nome della città. E’ in questo senso comunemente accettata l’ipotesi, proposta alla metà dell’800 da W. Corssen, che il termine “Roma” significhi “città del fiume”, da “Struma”; Bruno Migliorini, nel 1929, ipotizzò che il nome derivasse da “ruma”, ossia “mammella”; e altri da un termine di origine etrusca, “rumina”, che in sostanza indicherebbe il nome di una nobile e potente famiglia etrusca. Dalla Roma dei re a Pirro La tradizione annalistica rimanda, per l’epoca più antica di Roma, alla presenza di una monarchia, e tramanda anche i nomi di sette re, che ormai è noto furono molti di più di sette. Sicuramente inventati sono quelli di Romolo e Numa, i quali altro non rispecchiano se non le prime istituzioni politiche e religiose della città. Certamente storici sono i nomi dei re tramandati a partire dai Tarquini, di origine etrusca: il che conferma un predominio etrusco sulla Roma delle origini. Un dominio che probabilmente non era neppure dovuto a conquiste militari, ma semplicemente all’indiscusso prestigio degli Etruschi e anche alla loro potenza economica, dato che avevano fatto del Lazio un punto di snodo fondamentale per i rapporti commerciali con la Campania. La famosa cacciata dei re adombra il recupero del potere politico da parte delle famiglie più importanti di estrazione patrizia e plebea e la successiva lotta per imporre alla città leggi e ordinamenti tipici di ognuna delle due fazioni in lotta. Non pare che il conflitto patrizi-plebei vada inteso come lotta tra un ceto più ricco e uno più debole economicamente. Secondo M.A. Levi si tratta di uscire dagli stereotipi che hanno visto tra i due gruppi sociali solo sostanziali differenze di ricchezza. Si trattò più che altro di una lotta senza esclusione di colpi per imporre, da parte di ogni gruppo in contesa, leggi, usi e costumanze tipici del gruppo di appartenenza. La cosa riuscì ai patrizi, che in pratica ridussero tutta la popolazione soggetta alle loro leggi. La caduta della monarchia dette il via alla costituzione della Repubblica, le cui istituzioni politiche ci sono tramandate dalle leggi delle XII tavole, sorta di codici di tavole di legno, via via riscritte a mano a mano che si deterioravano e dai “Fasti”. Queste due fonti fondamentali tramandano l’evoluzione delle magistrature romane dopo la cacciata dei re. La legge prevedeva la presenza di due “consules”, precedentemente detti “praetores” ( J. Vogt ), dotati di “imperium”, ovvero di comando militare e di “quaestores”, loro coadiutori, con incarichi amministrativi e finanziari. Ampi poteri generali aveva naturalmente il Senato, composto di soli esponenti del patriziato (J.Vogt). Altro magistrato previsto in tempi particolarmente critici per lo Stato, se minacciato di invasioni esterne, era il “dictator”, con carica semestrale, mentre i consoli erano annuali ed esercitavano il potere collegialmente: tecnica tesa a impedire qualsiasi tentativo di restaurazione monarchica. Sul versante religioso i sacerdoti, espressione del ceto patrizio e pertanto “emanazione” delle volontà politiche della classe dominante, erano coordinati, per così dire, dal “Pontifex Maximus”. Il patriziato, nella lotta contro il ceto plebeo, aveva imposto non solo le proprie leggi “interne” a tutta la popolazione di estrazione “plebea”, ma aveva al tempo stesso esacerbato gli animi delle famiglie plebee più ricche e dotate sotto il profilo finanziario, determinando la loro esclusione ed emarginazione rispetto alle cariche più prestigiose dello Stato. Di qui la lunga lotta dei “plebei”, ovvero delle più facoltose famiglie di tale ceto, per l’eguaglianza giuridica, che condusse, con le note “proteste” dell’Aventino e del Monte Sacro, alla individuazione di magistrature paritarie rispetto a quelle patrizie, come il tribunato della plebe con poteri consolari. Le fonti per tutta questa complessa vicenda, pericolosa per la stabilità stessa dello Stato romano,se, in fondo, le due parti non avessero alla fine dato vita a una sorta di oligarchia patrizio-plebea che in pratica governò sino alla caduta della Repubblica, sono costituite da Livio, Dionigi d’Alicarnasso, Zonara e Cassio Dione; mentre per il periodo successivo, che vide l’affermazione di Roma nell’Italia centrale e meridionale, oltre a Livio, ottima e autorevole fonte sembra essere Diodoro, specie per le guerre sannitiche (326 a.C.), che impegnarono le legioni romane per anni, e che si conclusero tra alterne vicende militari di cui i romani portarono pesante ricordo ( le forche caudine ), varie alleanze e fondazioni di colonie per il controllo del territorio. In questa situazione convulsa e piuttosto caotica si pone anche la questione dell’avvento di Pirro in Italia (280 a.C.), che batté sì i Romani un paio di volte, ma che complicò ancor più la situazione, che, semplificando al massimo, si muoveva tra mire espansionistiche romane anche verso la Magna Grecia, cui diede forza il patto con Taranto; lo stabilirsi di tirannie “unificatrici” delle città magnogreche con Agatocle di Siracusa; le mene Cartaginesi per scompaginare ogni alleanza e ristabilire in Magna Grecia un particolarismo che in pratica favoriva il dominio di Cartagine sull’isola. Infine, dopo un convulso accavallarsi di vicende militari, diplomatiche e infine con la vittoria di Roma contro Pirro a Benevento, si assiste a una sostanziale sistemazione anche della Magna Grecia sotto l’ombrello “protettivo” di Roma. Enzo sardellaro Per i temi rapidamente tracciati si rimanda per ogni approfondimento e indicazione bibliografica a G. Giannelli, Trattato di storia romana, Bologna, Patron, 1976, pp. 169-237. Per le origini V. ancora le note accurate di G. Giannelli, cit., p.158 sgg. Sulla questione patrizi-plebei e le interpretazioni tradizionali e nuove, oltre a G. Giannelli, V. J. Vogt, La Repubblica romana, Bari, Laterza, 1987; importanti per quanto riguarda lo sviluppo delle magistrature plebee e la divisione patrizi-plebei le pp. 52-72. V. anche il bell’articolo di M.A. Levi, La grande Roma della plebe, apparso in “Cultura e Scuola”, 115, pp. 87-93. Fonti più o meno infide, costantemente vagliate in modo dubbio dalla critica per il periodo di Pirro in Italia, oltre a Livio, V. Plutarco, Dionigi d’Alicarnasso, Diodoro, Giustino. "
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