""Vespasiano e lo sdoganamento dai giulio-claudii"
Dopo la morte di Nerone, sorsero ben quattro contendenti al trono imperiale e tutti e quattro provenienti fondamentalmente da quattro ambienti diversi, segno che ormai l’imperatore poteva provenire non più soltanto dall’antica nobiltà senatoria.
Il primo pretendente a presentarsi sulla scena in questo “anno orribile” è un senatore, governatore di una regione dell’Iberia, la Tarraconense: Sulpicio Galba.
Galba rappresenta l’esponente più “classico” dell’aristocrazia più titolata ad ambire alla carica di imperator, fautore di quella netta politica filo-senatoria già discussa.
Purtroppo, il provenire dalle file senatorie sembra non bastare per assicurarsi il predominio della scena: un altro potere si fa avanti, un potere che negli anni della dinastia giulio-claudia era riuscito a crescere enormemente, quello della guardia pretoriana che acclama a proprio leader Otone, esponente, questo, della classe degli equites.
Nel contrasto che ne segue Otone, tramite i suoi pretoriani, riesce ad eliminare dai giochi il suo rivale Galba, facendolo assassinare.
Nemmeno il tempo, però, di trarre vantaggio da questa azione, che il terzo attore di questa vicenda si fa avanti.
Questa volta si tratta di un rappresentante dell’esercito e delle sue forze sparse lungo le regioni dell’impero: le truppe della Bassa Germania acclamano imperatore il loro governatore, Vitellio.
Vitellio è il rappresentante, quindi, della terza forza abbastanza importante da battersi per l’impero: dopo Senato e pretoriani, con i suoi comandanti provenienti dalla classe equestre, l’esercito.
Fra Otone e Vitellio sarà vera e propria guerra civile. Il 14 aprile del 69 si arrivò alla battaglia decisiva a Betriacum, nei pressi di Cremona, dove Vitellio ebbe la meglio.
Nonostante questa decisiva affermazione la lotta non era ancora finita: poco tempo dopo venne acclamato imperatore il generale delle legioni stanziate in Giudea, Tito Flavio Vespasiano.
Anch’egli è un homo novus: originario di Rieti, figlio di un “semplice” publicano, vicino più agli equites che al Senato, con il quale non aveva grande familiarità.
E’ riguardo a questo continuo sorgere di pretendenti, nelle più varie parti dell’impero e dalle più disparate forze, che un’espressione di Tacito passerà alla storia e che gode, ancora oggi, di notevole fortuna. L’espressione è quella relativa allo svelamento di un arcanum imperii. L’ “arcanum” svelato non sarà nient’altro che il fatto che i giochi di potere per la conquista della qualifica imperiale, adesso, potevano avvenire anche fuori Roma, il che significava anche che forze poco “tradizionali”, come, per l’appunto, esercito e cavalieri, potessero in realtà, decidere le sorti dell’Urbe e dei suoi territori. E’ forse da questo punto in avanti che Roma comincia gradualmente a perdere di centralità, sebbene questo sarà un processo lento e graduale, mentre il Senato in particolare, invece, subisce uno scacco ben più evidente.
Scacco perché il parvenu Vespasiano non solo sconfiggerà Vitellio, in una battaglia tenutasi nuovamente a Betriacum, ma, finalmente, diverrà, lui sì, imperatore di Roma.
E’ un evento senza precedenti: è la prima volta che una successione viene sostanzialmente decisa dalle armi, è la prima volta che imperator diviene un romano in odore di provincialità, è la prima volta che il Senato si ritrova a dover fare i conti con altre forze e a dover accettare il fatto compiuto di essere diretto da qualcuno che non provenisse direttamente dalle sue fila.
Da parte sua Vespasiano si ritrova subito con una discreta gatta da pelare: è il primo imperator a non avere, nemmeno per contorte questioni genealogiche, connessioni di sangue con Augusto. Come legittimare il proprio potere se non ci si poteva presentare come diretti successori della dinastia giulio-claudia? Vespasiano aveva inaugurato un’epoca nuova, ma, ben si sa, che a Roma il totalmente nuovo non funzionerà mai. Bisognava cercare un appiglio con la storia precedente, una tradizione da continuare.
Vespasiano cercherà quindi una continuità specificando, con una legge precisa, il suo carattere di successore di Augusto e dei suoi eredi e, quindi, il suo diritto ad esercitarne le prerogative. Solamente adesso, quando una rottura interviene ad interrompere la linea di Ottaviano e si fa avanti la necessità di ricomporre tale linea, che un decreto legge affronta direttamente il tema della figura dell’imperatore. E, nonostante questo, esso non lo farà in maniera assoluta, ma riferendosi esclusivamente alla situazione e alla persona di Vespasiano. D’altronde la necessità di ricorrere a un decreto legale dimostra quanto poco si fosse riuscito a delineare la carica istituzionale dell’imperatore. Vespasiano è in diritto di assumere il supremo comando non semplicemente in quanto imperator, ma perché fa esplicito riferimento ai suoi predecessori dei quali si proclama l’erede. C’era bisogno, ancora, di farsi riconoscere, di inserirsi nella linea dei principes precedenti, a comandare, ancora, non era solo chi era riuscito ad imporsi con la forza, ma chi riusciva a rendere ferma la propria qualità di epigoni di una tradizione.
E’ questo che fa Vespasiano con la sua lex de imperio Vespasiani, il cui frammento rimastoci vale la pena ricordare per intero:
“O sia lecito stringere alleanze con chiunque come fu lecito al divo Augusto, e a Ti. Giulio Cesare Aug. ed a Ti. Claudio Cesare Aug. Germanico.
E che sia lecito a lui presiedere il senato, fare proposte,, revocare, concedere senatoconsulti, tramite relazioni o votazione, così come fu lecito al divo Aug. , a Ti. Giulio Cesare Aug. ed a Ti. Claudio Cesare Aug. Germanico.
E che, quando sarà tenuto il senato alla sua presenza o per sua volontà, autorità od ordine, o mandato, il diritto su ogni cosa sia ritenuto ed osservato, come se il senato fosse stato convocato e tenuto per legge.
E che sia tenuto il suo discorso extra ordinem nei comizi di quelli che, aspiranti ad una carica, potestas, imperium o curatio di questo Stato, avrà affidato al Senato e al popolo Romano, ed ai quali avrà promesso o dato il suo appoggio.
E che sia lecito a lui portare avanti ed allargare i limiti del pomerio quando lo giudicherà opportuno per il bene dello Stato, così come fu lecito a Ti. Claudio Cesare Aug. Germanico.
E che qualunque cosa reputerà necessaria all’interesse dello Stato, secondo la dignità delle cose divine ed umane pubbliche e private, abbia il diritto ed il potere di agire ed operare, così come il divo Aug e Ti. Giulio Cesare e Ti. Claudio Cesare Aug. Germanico.
E che l’imperatore Vespasiano Cesare sia libero da quelle leggi e decreti della plebe dai quali fu messo per iscritto che non fossero vincolati il divo Aug. , Ti. Giulio Cesare Aug. , e Ti. Claudio Cesare Aug. Germanico e sia lecito all’imperatore Vespasiano Cesare Aug. fare ogni cosa che, in conformità ad ogni legge o proposta, convenne fare al divo Aug. o a Tiberio Giulio Cesare Aug, o a Tiberio Claudio Cesare Aug. Germanico.
E che ciò che, prima delle presentazione di questa legge, fu fatto, realizzato, stabilito ed ordinato dall’imperatore Vespasiano Cesare Aug , o anche per suo ordine o mandato, sia giusto e giuridicamente valido come se fosse stato fatto per ordine del popolo o della plebe.”
Questo frammento è forse una delle fonti più importanti rimasteci oggi per comprendere veramente come funzionava il diritto di Roma e cosa significasse, a quel tempo, assumere la carica di imperator.
E’ evidente come proclamarsi semplicemente imperatore non fosse abbastanza per una personalità arrivata dal di fuori dell’ambiente augusteo e che si era conquistato il proprio spazio esclusivamente con le armi.
Ossessivo è, nel testo, il richiamo ad Augusto, Tiberio e Claudio (per Nerone e Caligola era stata proclamata la damnatio memoriae) a conferma del fatto che l’autorità non poteva che discendere espressamente da loro e che nessuno avrebbe potuto arrogarsela da sé.
Vespasiano elenca minuziosamente ogni prerogativa ed ogni diritto che intendeva esercitare, poiché, evidentemente, il termine imperator non le implicava tutte assieme, ma esse erano intese, perlomeno ancora per la dimensione del diritto, come singolari e separati vantaggi concessi di volta in volta a personalità specifiche.
Il problema di sempre rimane e si manifesta, in una maniera implicita ma pesante, anche in questa lex de imperio: la lex non istituzionalizza alcuna figura di imperatore al di sopra delle parti, ma Vespasiano, ancora, può considerarsi, al pari di chi l’aveva preceduto, solo un primus inter pares, qualcuno che gode della stessa dignità di Augusto per “libera” concessione dei senatori e del popolo e non perché egli stesso sia riuscito, da solo, ad acquistare la preminenza sulla politica romana.
Insomma, se da una parte con la lex di Vespasiano si ha la prima, reale comparsa dell’imperator nel corpus giuridico romano, con un individuo che, proveniente da un ambiente e da una famiglia completamente diversi da quelli dei giulio-claudi e fattosi avanti non per diritto dinastico ma con la forza delle armi, si proclama esplicitamente imperator, dall’altra essa rimane come “limitata” al caso personale di Vespasiano, senza assumere valore assoluto o tentare di delineare una figura di potere che si basi sulle sue proprie caratteristiche, senza bisogno di fare riferimento a coloro i quali l’avevano ricoperta in precedenza.
L’immagine dell’imperator non è ancora un’idea astratta ma è ancora indissolubilmente legata agli uomini che, man mano, ne erano stati i protagonisti e che avevano ricevuto, perlomeno idealmente, dal Senato e dal popolo romani l’autorizzazione ad esercitarne le prerogative.
Con questo intervento legislativo Vespasiano avrebbe avuto la possibilità, forse, di istituzionalizzare per davvero il potere dell’imperatore, ma egli, semplicemente, ancora non può farlo, sia per i sentimenti filo-senatori che ancora pervadevano l’ideale del principe e che, quindi, non permettevano a chiunque salisse al potere di affermare per legge l’esistenza di una figura superiore al Senato, sia per il fatto che, forse, ancora nella mente dei Romani la qualifica di imperator non era una carica, ma una serie di privilegi che, di volta in volta e senza alcuna regolarità, qualcuno ereditava da chi lo aveva preceduto.
Dunque con l’esperienza di Vespasiano un nuovo scenario si apre: l’imperator non solo non è più un giulio-claudio, ma non è nemmeno un aristocratico nel più stretto senso che i Romani davano a questo termine; la sua iniziale proclamazione non proviene dal Senato di Roma, ma dalle truppe che egli comandava in Giudea; la guerra civile prima e la vittoria di Vespasiano poi, avevano inoltre definitivamente catapultato sulla scena della lotta politica la classe dei cavalieri.
Se Tacito aveva scritto che con l’ascesa di Vespasiano un arcanum imperii era stato rivelato, qui sembra, invece, che gli arcana portati alla luce siano ben più di uno. In realtà il sorgere di questo imperatore è una pietra miliare nell’affermazione del potere imperiale che, sebbene ancora resti legato alla memoria della famiglia di Augusto, comincia a sdoganarsi da essa e a dimostrare che esso può esistere anche senza la presenza di un giulio-claudio.
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